|
L’amore
che ho sempre nutrito, e nutro nell’animo verso il paese di Rocca d’Evandro,
al quale tanti ricordi di mia famiglia son collegati, mi spinge a scrivere
queste memorie, tendenti a somministrar lumi e notizie sulla sua origine,
e sulle vicissitudini cui ha in diverse epoche soggiaciuto, corrigendo nel
contempo tradizioni mal fondate ed erronee.
Scevro di qualunque pretensione di
essere scrittore, e di qualunque merito letterario non posso ambir lode
alcuna né per concetto, né per cognizione, né per stile, e sarà solo
soddisfatto il mio animo se, dedicando questo piccolo lavoro alla
cittadinanza di essa Rocca, e precipuamente alla parte culta di essa, mi
sarà dato riscuoterne compatimento, e benevole accettazione.
INTRODUZIONE
Nella ben nota Valle del Garigliano
che si estende dalle sorgenti del Liri, sino al mare, in prossimità del
confluente del Liri col Gari, d’onde il fiume riunito prende nome
Garigliano, e su di amena collinetta posta presso la sua sinistra sponda
veggonsi gli avanzi di un antico paesetto nomato Vantra, o Bantra.
Dal lato medesimo andando verso
levante, ed a distanza di circa miglio uno e mezzo, vedesi il paese
tuttora abitato denominato Rocca d’Evandro ed in antichi tempi anche Rocca
di Vantra, o di Bantra. Quando entrambi i paesi erano abitati, il fiume
Pecce formava limite dei rispettivi tenimenti, e della rispettiva
giurisdizione feudale.
Rimasta deserta la terra di Vantra
al piano, l’istesso fiume Pecce divideva il feudo abitato della Rocca da
quello disabitato Vantra, il primo soggetto pel temporale ora a
Montecassino, ora ad altri Baroni, ed il secondo sempre a Montecassino, ed
entrambi poi facienti parte per lo spirituale della diocesi Cassinese.
Dall’abolizione della feudalità, il
tenimento del feudo morto Vantra, che dalla Pecce si estende sino al fosso
del Pisciarello e Vallelima fu aggregato a quello della Rocca, cui,
aggiunto i tenimenti di Camino e Cucuruzzo come Villaggi riuniti, i quali
anticamente formavano Università separate, si è costituito un tenimento di
ben miglia dieciotto di circuito circa.
I suoi limiti sono il fiume
Garigliano a mezzogiorno, il fiume Rapido, il fosso Pisciarello e
Vallelima a ponente, che divide dal tenimento di Cassino e San Vittore; il
Moscuso ed i Demani di Mignano e Caspoli a settentrione; quelli di
Galluccio e di San Carlo ad oriente.
Una tradizione comunemente
accreditata porta a credere che Vantra al piano fosse stata distrutta dai
Saraceni, e che gli avanzi della popolazione avessero formato la Rocca d’Evandro.
Una simile tradizione sembrami erronea, e smentita dai fatti istorici; e
solo resta a credersi che, andandosi a disabitare Vantra, la più parte dei
suoi abitatori si fossero ritirati nella vicina Rocca, e parte forse in
tenimento di Galluccio, ove vedesi un piccolo casale detto i Vantresi.
Ciò premesso, passeremo ad esaminare
i fatti guidati dall’istoria dell’Egregio P. Abate Don Luigi Tosti sulla
Badia di Montecassino, e da notizie risultanti da documenti che si
conservano in archivio di famiglia, e da quelle cortesemente avute
dall’Archivio Cassinese.
VANTRA
Nell’anno 744 dell’era cristiano
Gisulfo Duca di Benevento donò immense possessioni alla Badia Cassinese,
nell’ambito delle quali è il sito detto Vantra.
È dubbio se all’epoca di detta
donazione il paesetto Vantra esisteva, o surse dopo; ma io sono mosso a
credere che esisteva, dapoichè nell’istoria del Tosti non è nominato tra
quelli surti per benigna filantropica opera dei Monaci, come S. Ambrogio,
S. Apollinare, S. Angelo, ed altri. È noto che queste contrade erano
rimaste deserte dopo la caduta della civiltà Romana, e che, se veggonsi
oggi popolose è merito di Montecassino che, raccogliendo coloni intorno
alle chiese, formò delle colonie le quali col decorrere degli anni
divennero Paesi.
La terra di Vantra era fortificata,
cinta di muri e torri quadrate con in mezzo delle fosse per conservar
cereali, come attestano i suoi avanzi. Le opere però sono dei bassi tempi,
né nelle sue vicinanze si scorge vestiglio alcuno di opere appartenenti ai
tempi della Romana grandezza. Soltanto qualche scheletro si è rinvenuto
nelle vicinanze con accanto la solita lucerna, un pignattino con carboni,
ed una moneta di Romano Imperatore.
Ritenuto che Vantra era compresa nei
beni donati a Montecassino da Gisulfo, pare che i monaci ne dovettero
perdere il possesso per qualche tempo, piochè nel 1057 Landolfo Principe
di Capua gliene faceva donazione, confermata nel 1108 dal Conte di Teano.
È da osservarsi però che Vantra era dei monaci nel 1066 perché il suo nome
è inciso sulle porte di bronzo della Chiesa di Montecassino fatte in
quell’epoca. Queste alternative di perdite e ricupero di possesso
dovettero dipendere dalle piccole guerre, dalle incursioni e depredazioni
che i Baroni vicini operavano l’uno contra dell’altro, e quindi non è a
maravigliarsene.
Tanto Leone Ostiense nel libro 2°
Capo 15, quanto Vittore 2° in una sua bolla distinguono due Vantra, una
cioè Comitalis e l’altra Monacarum per additare che una, cioè Rocca di
Vantra , si apparteneva al Conte e l’altra, cioè Vantra al piano, ai
Monaci.
Dalla storia poi dell’Abate Tosti si
ha che Vantra nel 1117 ebbe distrutte dal tremuoto case e chiese; che poco
dopo l’Abate Cassinese Oderisio vi si fortificò contro Riccardo da
Carinola, il quale andava ad espugnare il Castello della Pica; e che
finalmente nell’anno 1421 ad occasione della guerra tra la Regina Giovanna
e Lodovico d’Angiò quella Terra fu occupata dal conduttiere di armi
Braccio da Montone, che vi si fortificò, e vi stiede per sei anni sino al
1427.
Da notizie somministrate
cortesemente dell’Archivio di Monte Cassino si rileva che Vantra aveva due
Chiese, una dedicata a San Michele titolo Arcipretale di S. Mauro
collegiata con cura di anime, e l’altra dedicata a S. Nicola.
La prima nel 1337 fu conferita ad un
tal Daniele di S. Angelo in Teodice. Nell’anno 1401 fu censita un’isoletta
compresa nelle mura del paese ad un tal Tartaro Tomacelli per una decina
di cera all’anno.
Nel 1473, giusta il registro di
Giovanni D’Aragona, vi esisteva ancora il Capitolo, il quale pagava a
Monte Cassino Ducati 4. 80 annui, e nel 1499 non era quella Terra
disabitata del tutto stante che il Commendatario dei Medici diede
l’amministrazione delle rendite di Vantra ai nominati Carafiello e Stasio
di Sangermano, ed un tale Paolo Mastrianni della terra di Camino volle
abbandonare il proprio paese, e farsi suddito di Monte Cassino in Castro
Vantra.
Dagli atti di S. Visita del 1513
ricavasi sistente ancora la Chiesa di S. Michele, cui presedeva un tale D.
Damiano di Camino con un chierico. Dopo di tale epoca non più si ha
notizia di paese e di Chiese.
Da quanto si è detto di sopra chiaro
appare essersi la Vantra al piano incominciata a disabitare nel secolo XVI,
ed essersi resa disabitata del tutto verso la metà del 1500; dunque non fu
distrutta dai Saraceni, la invasione dei quali ha una data di gran lunga
anteriore.
Il perché poi questa Terra situata
in amena e vantaggiosa postura sia stata abbandonata dagli abitanti non si
sa.
Forse perché essendo al piano era
troppo spesso esposta ai danni per le guerre tra i Sovrani e le gare tra i
Baroni.
Vantra disabitata col suo territorio
fu sino all’abolizione della feudalità feudo morto di Monte Cassino, e,
cessato il regime feudale, aggregata a Rocca d’Evandro in parte, ed in
parte a San Germano. È erroneo che Rocca d’Evandro aveva dritto sul fondo
Vantra, e che nella divisione demaniale è stata pregiudicata. Dritti non
ve ne erano; e fu per la vicinanza che si ebbe aggregato parte del
tenimento in giurisdizione, e tomoli 200 di bosco in proprietà, come in
compenso di usi civici. Che anzi nel riparto demaniale erasi Rocca d’Evandro
trascurata del tutto: e fu per solerzia dei cittadini, tra i quali D. Gio:
Battista Paglioli, D. Emmanuele Ciaraldi seniore ed il Dottor D. Giuseppe
Coletti che si ebbe l’assegno.
Il paese disabitato fu nel decennio
acquistato con altri beni tolti a Monte Cassino dal Conte dei Camaldoli D.
Francesco Ricciardi e dagli eredi rivenduto. Oggi le vecchie mura fan
parte della tenuta Vantra e Casamarina del Duca Cedronio.
ROCCA D’EVANDRO
Questo paese vedesi edificato su di
uno scoglio isolato, a destra, ed a sinistra del quale scorrono due
torrenti o rivi di mal tempo. A mezzogiorno, settentrione e levante gli
fan corona monti sufficientemente elevati detti, Remotania , Monte Camino
e Monte del Campo. Dal lato Occidentale che guarda Montecassino gode la
vista di un orizzonte magnifico, scorgendosi tutta la Valle del Garigliano
e Liri, e più in sù sino a Veroli, Frosinone, Monte S. Giovanni ed altri
paesi per una estensione di oltre trenta miglia.
Il clima è salubre, e gli abitanti
godono buona salute ed hanno in generale buon sangue. Il tenimento molto
esteso, come sopra abbiamo detto, è fertile in ogni specie di prodotti.
Ignota ne è l’origine, e l’epoca di
sua fondazione. Tutto ciò che ha voluto dirsi fin ora sia dall’Abate
Pacichello (Gio: Battista Pacichelli), che lo fa fondare da Evandro re del
Lazio, sia da altri, che lo dicono surto dalla distruzione di Vantra, sia
dal Cayro, che nella sua istoria del vecchio e nuovo Lazio lo fa sorgere
dagli avanzi della popolazione di Succursano Lirinate dipendenza della
antica Cassino, sono o pure invenzioni, od almeno malfondate congetture;
certo però che è un paese molto antico, ma surto nei bassi tempi, poiché
niuna vestigia si rinviene che indichi esistenza anteriore alla caduta del
Romano Impero, e dovè sorgere quando per mettersi al sicuro delle
incursioni nemiche le popolazioni si ritiravano su poggi elevati e ben
difesi. In fatti Rocca d’Evandro vedesi edificato su di uno scoglio di
difficile accesso, cui sovrasta altro scoglio, nel quale era l’antico
Castello, o la Cittadella ancora così chiamata. Reso forte dalla natura e
dall’arte, e situato alle spalle di Mignano è stato in antichi tempi
tenuto in molto conto, come punto forte di difesa, e segnatamente prima
dell'invenzione della polvere, e quando l’artiglieria era nascente. Nel
Guicciardini, ed in altri autori è citato in tempo di guerra come punto
contrastato. Oggi non vale più nulla a causa dei monti più alti che lo
dominano.
È verosimile che questa piccola
Terra fosse esistita unitamente a Vantra nel piano all’epoca della
donazione fatta da Gisulfo a Monte Cassino, cioè nel 744 poiché il suo
nome unitamente a quello di Vantra è scolpito come proprietà del Monistero
sulle porte di bronzo della Chiesa di Monte Cassino fatte fondere nel 1066
dall’abate Oderisio. Inoltre il Gattola riporta un privilegio di Lantolfo,
e di Atinolfo, da cui rilevasi che la Rocca era abitata verso la metà del
secolo XI.
Nell’anno 1122 l’Imperatore Errico
ne fece piena donazione a Monte Cassino ma poco dopo l’Abate Reobaldo fu
fatto prigioniero da Pandolfo di Capua, il quale occupò Rocca d’Evandro, e
la diede in potere di un tale Todino vassallo del Monistero resosi
ribelle. Intruse poi per Abate un tal Basilio, ma l’Imperatore Corrado
scacciò il signore Capuano, e l’intruso Abate, e pose sul seggio abadiale
Richerio di nazione Bavaro, il quale ricuperò tutto il patrimonio di San
Benedetto, assediò per ben tre mesi Rocca d’Evandro, ed infine l’ebbe per
accordo preso con i principali cittadini, dando loro non solo i beni che
aveano perduti, ma quelli che il Todino possedeva in Pignataro e S. Elia.
Al ribelle Todino fu rasa la barba ed i capelli, e destinato a cerner
farina, e panizare pel Monastero.
Intanto Pandolfo Principe di Capua
cacciato dai suoi stati da Guaimuro Principe di Salerno chiamò
gl'imperiali in suo soccorso, promettendo loro in compenso ciò che non era
suo, cioè i possedimenti dei Monaci Cassinesi. Il Conte di Teano si
associò all’impresa come quello che avea i suoi stati prossimi a quelli
della Badia e possedeva Camino prossimissimo alla Rocca d’Evandro. Poiché
però la Rocca era difficile ad espugnarsi pensò impossessarsene per
tradimento corrompendo con danaro il Castellano, e promettendogli una sua
sorella in moglie.
Era Castellano un tale Armanno anche
Bavaro fratello dell’Abate, che perciò finse aderire al progetto; ed aprì
le porte del Castello al Conte; ma come l’ebbe introdotto lo ritenne (in)
prigione con la scorta, né volle in niun conto rilasciarlo, malgrado gli
ordini dell’Abate, il quale era stato impegnato alla sua liberazione. Dové
l’Abate espugnare la Rocca con la forza, e così liberarlo, mediante però
formale rinuncia ad ogni pretesa sulla Rocca medesima. Verso l’anno 1314
essendo Abate Pietro (come dice il Tosti) non andando più a sangue a
quelli di Rocca d’Evandro il governo badiale, pensarono ribellare. Era
rettore per la Badia nella loro terra un signoretto Monaco nipote
dell’Abate, il quale quando un dì discese dalla Rocca nella terra fu ad un
tratto preso ed impedito di tornare. Spedirono gli Evandresi legati al re
Federico in Gaeta, ove era venuto per andare a Roma, e lo pregarono
volesse loro concedere altro Signore.
Il Re volle contentarli e fidava a
Giovanni Russo di Gaeta Rocca d’Evandro. Giunto in Roma Federico, v’arrivò
anche il Monaco Stefano detto Marsicano che a nome dell’Abate e dei Monaci
adoperossi presso il Pontefice ed il Re per riavere Rocca d’Evandro: regie
e ponteficie lettere furono spedite al Castellano Russo, perché
restituisse la terra ai Cassinesi, ma nulla valse, amando costui meglio
tenerla per sè che renderla.
Atenolfo, cui forse era increscevole
l’ozio del chiostro, volenteroso uscì in campo con armi ed armati che menò
alla espugnazione della Rocca. Lunga pezza si travagliò per ottenerla; ma
in vano, perché in alto locata, e benissimo difesa dai terrazzani, ne
provava un di più che l’altro la difficoltà del conquisto. Posate le armi
l’Abate venne a ragionamenti di accomodo, ed ottenne la terra regalando il
Russo di buona moneta e dandogli in sposa una sua nipote. Così Rocca d’Evandro
ritornò sotto la temporale giurisdizione di Montecassino.
Nell’anno poi 1348 allorché gli
Ungari comandati da Lodovico vennero a vendicare la morte del Re Andrea,
un tale Iacopo Pascone (Papone) da Pignataro, profittando dello
sconvolgimento in cui era la Badia, si rese ribelle, assoldò molta gente;
occupò molte terre tra le quali Rocca d’Evandro, e si mantenne padrone di
esse molti anni; ma finalmente, arrestato in Ceccano e condannato a morte,
restituì tutto il mal tolto, e donò alla Chiesa di Rocca d’Evandro un
terreno ove aveva piantato la vigna.
Le sue gesta son rimaste
tradizionali nella mente del volgo, di talché ancora, volendo indicare un
nome di cattiva condotta, dicesi ne ha fatto più esso che Papone.
Dopo questo ricupero dalle mani del
Papone, la terra di Rocca d’Evandro dové uscire novellamente dal dominio
temporale Cassinese perché nel 1388 ne era possessore Tommaso Brancaccio.
Il motivo di tal novità ci è ignoto. Per ribellione del Brancaccio dal Re
Ladislao, la terra fu pubblicata al fisco, e restituita dal Re a Monte
Cassino, il quale dové perderla di nuovo forse ad occasione di altra
guerra e ribellione, perché lo stesso Re nel 1413 facultava il suo
Ciambellano Gesuè di Fasal a vendere una metà del Castello di Rocca d’Evandro.
Dopo questo fatto Montecassino ne perdè per sempre il possesso, e segue
una serie di Baroni sino alla legge evasiva della feudalità.
Dopo una tal epoca furono Baroni
della Rocca Cola de Orsino e Maria di Marzano Conti di Monappello.
Nel 1500 ne era possessore Ettore
Fioramosca Duca di Mignano per concessione del Re Ferdinando.
Nel 1528 ne era feudario Federico
Monforte sopranominato Gambatesa, il quale si rese ribelle all’imperatore
Carlo V. Nello invadere che fecero le armi imperiali il regno Napoletano,
gli abati di Monte Cassino, e di S. Paolo a Roma si chiusero con i loro
tesori nella Rocca d’Evandro, e vi si fortificarono. Il Marchese di
Pescara Francesco d'Avolas Gran Capitano di Carlo V mandò ad espugnare la
Rocca il Colonnello Maramaldo con artiglieria, ed, arresasi, fu devoluta
al fisco novellamente.
L’artiglieria dovè essere piazzata
sul Monte che guarda la Rocca dal lato di mezzogiorno, perciò detto Monte
del Campo, ove vedesi traccia di Macerone fatto per rendere piana la
strada al passaggio delle bocche da fuoco. Ecco perchè a punto di
rincontro a quel monte tanto a piedi del paese, quanto a piedi del
Castello si son rinvenute diverse palle di cannone, molte intiere, talune
divise a metà, del peso di rot. 17 circa, una delle quali fu rinvenuta nel
corpo di un muro del Castello in occasione di doversi rifare. L’abitato di
Rocca d’Evandro era chiuso da due porte, una detta di S. Margherita, e
l’altra dell’acqua; era cinto di mura solide con torri quadrate, con una
gran torre circolare detta il Torrione, nome che ancora conserva quel
sito, e più innanzi era situato il cannone chiamato Colombrina, dando il
nome di Colombra al fondo sottoposto. Andando più verso mezzogiorno su di
una rupe a picco levavansi altre fortificazioni, che perciò quel sito
chiamasi ancora i Castelloni. Il sovrastante Castello cinto da rupi a
picco comunicava con la torre fortificata per mezzo di ripiano cinto da
mura che ancora dicesi Cittadella, dal quale con strade interne segrete si
discendea nell’abitato.
Ecco perché la nostra Rocca fu punto
interessante di ritirata e di difesa sino a che l'invenzione della
polvere, attesi i monti sovrastanti che la circondano, le ha tolto ogni
importanza.
Dopo questa breve digressione
ritorniamo all’elenco dei Baroni.
Morto il Marchese di Pescara la
vedova Vittoria Colonna ebbe assegnato sul feudo di Rocca d’Evandro Ducati
1000 annui in compenso dei servigi che il marito avea reso alla corona, e
nel 1534 l’ebbe difinitivamente in fondo.
Nell’anno 1548 Maria d’Aragona del
Vasto, avente causa dalla Vittoria, cedé il feudo a Giulio Carafa, col
patto di riavere, e nel 1552 se ne fece vendita diffinitiva a Marcello
Munettola (Muscettola), il quale nel 1563 ne fece cessione ad Antonio
Bologna, e da costui passò alla famiglia Sammarco nel 1577.
Questa nobile famiglia da gran tempo
estinta, fu posseditrice dei feudi di Rocca d’Evandro e Camino circa
all’anno 1652.
I Sammarco furono chi più chi meno
dediti alle lettere, ed a procurare l’istruzione dei vassalli.
A Fabrizio succedè Gio: Vincenzo
detto Giureconsulto, ed a questi Ottavio uomo di lettere, scrittore di
varie opere e tra le altre di quella intitolata Della mutazione dei
regni. Quest’opera fu ristampata nel 1805 con un discorso di Leonardo
Salviati e con delle notizie sulla vita di Sammarco inesatte ed erronee, e
corrette dal Marchese Alessandro Cedronio.
Ad Ottavio succedè il germano
Antonio, a questi Fabrizio, ed a quest’ultimo succedè la sorella Porzia,
nella quale la famiglia si estinse. Un’altra sorella a nome Aurelia fu
anche donna amante delle lettere, ed istituì una scuola di grammatica
nella vicina terra di S. Vittore. Il perché lì, e non alla Rocca,
proprietà di famiglia, non saprei dirlo.
Dotò la scuola di Ducati 500 da
impiegarsi in compera, onde con la rendita mantenere il Maestro, e donò al
Comune di S. Vittore Ducati 250, da farne maritaggi.
L’Università diede questi Ducati 750
al Dottor Carlo Cinquegrana per la corrisposta di annui Ducati 37. 50, ed
ebbe assicurazione sopra una casa palaziata, ed un Oliveto detto Colle di
Marco in S. Vittore, ed una Selva nel feudo di Foraldo detto Valle Marina.
L’Istrumento lo stipulò l' 11 9bre 1673 il Notaio Pietro Ferrone di
Napoli.
A motivo di essersi estinta la casa
Sammarco i feudi ritornarono al fisco, da cui li acquistò il dottor Gio:
Domenico Pelosi nobile Cosentino.
Anatonia unica figlia ed erede del
Pelosi sposò Francescantonio Cedronio, e così per successione i detti
feudi si trovarono presso la famiglia Cedronio ultima feudataria come si
vedrà.
Estinta, come sopra si è detto, la
famiglia Sammarco fu dalla Regia Camera ordinato l’apprezzo del feudo,
onde vendersi, e pagarsi le obbligazioni di quella famiglia, e ne fu data
commessa nell’anno 1625 al tabulario Salvatore Pinto; questi fa precedere
alla valuta del feudo una descrizione dello stesso, e si esprime ad un di
presso in questi termini.
Dopo aver esaminato la situazione,
l’aere e l’orizzonte, che dice estendersi fino a Frascati, dice pure
essere gli abitanti robusti e di buon aspetto tanto maschi, che femmine,
ed esser gente quieta, non rissosa e non litigante. Essere per lo più
foresi, o sia travagliatori di campagna, con un medico, un Chirurgo, tre
barbieri ed una levatrice, né esservi altri artigiani. Dice esservi buon
grano, buon vino, e frutta.
La piazza la descrive piuttosto
larga con botteghe intorno, ma disabitate e senza pavimento, in una delle
quali si macellavano gli animali.
La Chiesa la descrive coverta a
tetti, e ad una nave con cappellone a sinistra, e situata a fianco della
piazza. Il suo titolo era di S. Antonio Abate, allora protettore del
paese. Descrive le due Congreghe della Grazia e del Rosario; dice il Coro
essere sovrastante alla porta di ingresso con l’organo portatile. Eranvi
allora l’Arciprete, sei Sacerdoti e diciotto Chierici. Dice di più il
Pinto esservi un’altra Chiesa dedicata a S. Margherita, la quale
anticamente era la Chiesa Madre, e non cita né S. Antonio, né S. Tommaso,
le quali han dovuto sorgere dopo. Quella di S. Antonio Abate certo surse
quando fu dato alla Chiesa Madre altro protettore, che, dicesi, fusse
stato S. Antonino, al quale succedette poi l’attuale protettore S. Rocco.
Il paese era tassato per fuochi 60;
e governato da tre eletti, che a quell’epoca erano Antonio de Zillo,
Giacomo Orefice e Francesco Lenei. Il Serviente ed intimatore era Carlo
Campagnolo.
Nel Dizionario poi Geografico di
Lorenzo Giustiniani stampato in Napoli nel 1804 al fol. VIII, pagina 27 si
legge:
"Rocca d'Evandro, così è scritta
questa Terra nelle situazioni del regno, e soltanto in quel libricciuolo
infelicemente formato della nota dei paesi del Regno col numero dei fuochi
sta scritta Rocca d’Evandro. E’ compresa in Terra di Lavoro in Diocesi di
Monte Cassino, distante da Napoli miglia Cinquanta, ed otto da S. Germano.
Nella cronaca di Riccardo da S. Germano è scritta Rocca Bantra (Codice
anno 1211 e 1215) che è la vera sua denominazione. Non saprei perché
Trojano Spinelli nel suo saggio p. 43 l’avesse chiamata Rocca d’Evandra.
Vedesi edificata in luogo montuoso, e la dicono di buon aria e di qualche
antichità. Vi si vede un Castello, opera dei bassi tempi. Nel 1532 fu
tassato per fuochi 53, e nel 1545 per fuochi 54, nel 1669 per 74, ed oggi
gli abitanti (cioè nel 1804) ascendono a 1300. Presso Leone Ostinese lib.
2 cap. 15 trovasi Landone Conte di Bantra. Nel 1000 l’Abate Mansone
Cassinese ricevè da Landolfo Principe di Capua la conferma del castello
Rocca Bantra."
"Si ha notizia che nel 1030 Teodino
ebbe Rocca di Vandra da Landolfo Principe di Capua, e la diede all’Abate
di Monte Cassino, perché assediata da Corrado Imperatore (Ostinese lib. 2
Cap. 59 e 68).
Negli ultimi tempi fu posseduta
dalla famiglia Sammarco, e presentemente la possiede la Famiglia Cedronio”.
All’epoca che scriviamo queste
memorie Rocca d’Evandro conta una popolazione di anime 747 nell’abitato
centrale, e 1475 nelle case sparse; in tutto anime 2222 oltre i due
villaggi riuniti di Cucuruzzo e Camino, quale popolazione è per la più
parte dispersa in campagna, sia per la comodità di strade in pianura e per
abbondanza di acqua, sia perché il paese essendo edificato su di uno
scoglio non presenta spazio atto al suo ampliamento.
Il Castello che la domina, antica
fortezza come abbiamo detto, all’epoca dell’apprezzo del Tavolario Pinto
della pervenienza in casa Cedronio era ben ristretto nel suo fabbricato.
Non vi erano che tre o quattro bassi, due grandi sale, tre altre camere in
seguito con dei suppegni, un piccolo orto in fondo ed una loggia scoverta
con conserva d’acqua ove oggi è galleria dal lato di mezzogiorno; tutto
ciò che vedesi ammassato di fabbriche attualmente è stata opera della
famiglia Cedronio che ha fabbricato sulle vecchie basi dell’antico
Castello, conservandone per quanto à potuto la forma e le antiche torri.
Ritornando alla famiglia Cedronio,
ultima posseditrice dei feudi di cui parliamo, non credo fuor di proposito
darne un piccolo cenno istorico.
Essa è di origine romana, e, secondo
la descrizione che ne fa la platea di famiglia si trovò trapiantata nel
Regno di Napoli per cagioni politiche.
Se si vuol prestare fede ai
certificati di patriziato Romano rilasciati dall’archivio del Campidoglio,
essa si fa discendere dai nominati Caio, e Pisano Cedronio citati da
Tacito nei suoi annali; ma mettendo ciò in non cale, il certo si è che
nell’anno 1343 Pompeo Cedronio, Conte di Castelnuovo e Palombara, si
trasferì da Roma a Napoli, ove dalla Regina Giovanna 1ª fu nel 1344
nominato Gran Siniscalco della Provincia di Talqualquerio. La famiglia
visse prima parte in Napoli, e parte in Roma , e poi riunitasi tutta in
Napoli visse parte ivi e parte nella città di S. Germano per la maggiore
vicinanza a Roma patria primitiva.
Gli eredi del Conte Pompeo ebbero
nel Regno altri feudi come quelli di Corvara in Abbruzzo, e di Cominaglia,
o Romagnano. In S. Germano la famiglia acquistò molti privilegi aboliti
dalle nuove leggi.
Francesco figlio di Benedetto, e di
Vittoria Ferramosca fu Castellano di Rocca Gianola, e capitano a guerra
della città di S. Germano: verso il 1421 una Gemma Cedronio fu prima
Badessa del Monastero di S. Scolastica, ed in seguito un Benedetto
Cedronio fu arciprete della Cattedrale di detta Città. Da questo ceppo
venne Francesco, il quale per aver sposata la Pelosi divenne Barone di
Rocca d’Evandro e Camino. E volendo enumerare i diversi Baroni di casa
Cedronio essi furono Benedetto casato con Vittoria Burbau dei Marchesi di
S. Maria dell’Umbria.
Anno 1696 Domenico suo figlio casato
con Lucrezia Carafa dei Marchesi di Tortorella.
1725 Altro Benedetto casato con
Teresa Gisulfo, e Platamone dei Duchi di Ossada di Palermo.
1764 Altro Domenico, e per la di
costui morte senza prole il germano Gioambattista casato con Dª Giovanna
l’Ost di Malta. 1782 Alessandro ultimo possessore casato con Maddalena di
Giogio.
Questi possessori amarono il
progresso e la civiltà del paese, e non solo incoraggiarono i giovani ad
istruirsi nelle arti e nelle scienze, ma tanto nel paese, che in Napoli
non furono avari verso di essi di sorveglianza e di aiuto. Taluni
individui di famiglia come il primo Bali D. Francescantonio, D. Pietro, D.
Alessandro (che fu Arcivescovo di Bitonto) non isdegnarono dare essi
stessi lezione ai giovani nel Castello di loro abitazione. All’epoca di
cui discorriamo si ebbero in Rocca d’Evandro Avvocati, Magistrati e
Filosofi.
Tra questi si distinsero i Medici
Catalozzi e Framondi, il Farmacista del Vecchio, i Notai Framondi,
Comparelli, gli Avvocati Coletti e Ciaraldi, ed altro Ciaraldi Consigliere
del S. Reg°. Consiglio, ed infine D. Gio: Battista Di Zazzo seniore
Sacerdote versato in diverse scienze, e lettore in filosofia.
Fu coll’impulso del Marchese D. Gio:
Battista, e sotto i suoi auspici che la Chiesa Madre venne ingrandita,
elevata d’altezza, e decorata di stucchi e buona architettura. L’organo fu
fatto da lui costruire, essendo egli intelligentissimo di studio musicale,
e compositore di molte opere.
Il figlio Alessandro rese rotabile
la salita dalle Pecce al paese, secondo meglio dettavano i lumi di quei
tempi, facendo trasportare dai naturali i materiali per giro, e pagando
esso l’opera di costruzione.
È tradizione che l’acqua anticamente
veniva sino in piazza, ed è perciò che la via sottoposta chiamasi dei
Lavatoi. Il corso, che era formato di tubi di creta, dovè rompersi, e
ostruirsi di modo che l’acqua si aveva nel sito ora detto fontana antica
molto distante dall’abitato, e senza alcuna costruzione adatta al comodo
degli abitatori. Alessandro costruì l’intero acquidotto che oggi esiste
dall’acqua viva al largo di S. Eleuterio lungo metri mille tutto a sue
spese, costruì fontana e Vasche nel largo suddetto, che, essendo suo col
solo passaggio pubblico per andare a Camino, regalò al Comune. Ciò risulta
da istrumento per notar Costantino d’Amico di S. Andrea del 10 dicembre
1801.
Rocca d’Evandro aveva il privilegio
del mercato in giorno di martedi concesso dal Re Filippo o Falnisio
Sammarco nel 1588.
Questo beneficio rimase sin dal
principio lettera morta, sia per le difficoltà di accesso sulla Rocca, sia
per l’esistenza del mercato di Roccamonfina che si celebra il Lunedì.
Nell’anno 1749 il Marchese D.
Benedetto Cedronio ebbe la concessione di una fiera da celebrarsi il 1° e
2 Settembre di ciascun anno detta di S. Antonio principale protettore del
paese.
Questa fiera si teneva nel sito
detto S. Sebastiano prossimo all’abitato ove erano comodità sufficienti,
poiché il fondo dei Signori Ciaraldi non era ancora piantato ad Olivi, ed
i fondi di Cambellone, Cuomo e Martella erano spazi Comunali.
Abbiamo inteso da persone molto
inoltrate negli anni, le quali si ricordavano la fiera in quel sito, che
per mancanza di acqua sufficiente, per restrizione di locale, e per essere
più di un animale caduto nei pozzi erasi la fiera trasportata alla pianura
detta delle Pecce, ove è il molino.
In quel sito comodo per accesso e
per abbondanza di acqua, per ricovero del molino, sue stanze superiori,
stalle, e annessa taverna, oggi abbandonata, e più quello all’orto Pecce e
Masserie di Teresa Grilli oggi Coletti la fiera divenne animatissima, ed
una delle prime per animali vaccini, principalmente dopo quella di S.
Francesco in Cassino. Vi accorrevano non solo dai paesi vicini, ma da
tutti quelli dalla parte di Sora, di Teano e Sessa.
Gli animali erano esenti da dazio e
si pagava piccolo dritto per le baracche, che appostatamente si
costruivano. Il dritto che prima era baronale e poi divenne Comunale si
fittava circa D. 512 l’anno, dritto che fu abolito nel 1835 circa per
rendere la fiera più accorsata. Venne in mente a diversi principali del
paese sotto il Sindacato del fu D. Gio Battista Pagliola ricondurre la
fiera sul paese per renderla più animata e piazzarla fu fondi capitolari e
di qualche proprietario; ebbero anche in mente di dare maggior comodo ai
naturali ma non si pensò per gli avventori i quali, sia per la salita
faticosa, sia per l’imposizione dei dazi, sia per la mancanza di acqua,
sonosi a poco a poco allontanati; la fiera si è resa poco frequentata e lo
è per lo più o da paesani, o da gente dei paesi molto vicini. A tutto ciò
si aggiunge che per la vendita avvenuta dei beni della Chiesa, e le
piantagioni di olivi che si stanno praticando il locale è ridotto
ristrettissimo, e sempre più andrà restringendosi. Sarebbe quindi
desiderabile pel bene del commercio e dell’industria, che gli
Amministratori si risolvessero a riportare la fiera nel piano delle Pecce,
con lo scopo di rianimarla di nuovo. E qui terminiamo di parlare di Rocca
d’Evandro per passare a dire poche parole su Camino e Cucuruzzo.
Per questi due Villaggi poco
possiamo dire.
In quanto a Camino esso era posto
sulla cima del monte ove tuttora è una chiesa, la quale era la
parrocchiale del paese, ed ove nel mese di maggio accorre molto popolo dai
paesi vicini per devozione alla Vergine cui è dedicata. I molti avanzi di
antiche fabbriche, le quali circondano la Chiesa, confermano che il paese
lì era. Il paese dovè esser arso nel 1192 ad occasione della guerra tra
Arrigo e Costanza contro Tangredi: la popolazione allora dovè ridursi in
sito meno aspro e più vicino a Rocca d’Evandro, ove attualmente esiste,
chiamato Cesa Ferrara.
Camino formava Università e feudo
separato da Rocca d’Evandro. I confini del suo tenimento giungevano a poca
distanza dal detto Comune, nel sito ove dicesi Acquaviva.
Avea le sue costituzioni, delle
quali si conserva una copia del Re Filippo nel 1573.
Lo spirituale è sempre andato, e va
tuttora con la Diocesi di Teano. Il piccolo feudo fu posseduto dai Conti
di Teano, e poscia da Guidone Ferramosca Conte di Mignano. Come si
trovasse poi riunito in feudo a Rocca d’Evandro sotto i Baroni Muscettola
ci è ignoto. La sua popolazione dedita alla agricoltura e pastorizia,
conta 384 anime divise tra Camino, Colle, Formella, e Vallevona. Dal 1811
è villaggio riunito alla Rocca. È da notarsi che nel tenimento di questo
villaggio vi è una montagna demaniale detta del Giallo perché offre il
marmo di tal colore. Vedesi l’antica cava e la strada per la quale i pezzi
di marmo si trasportavano al Garigliano ove si caricavano sopra zattere e
si portavano sino a mare, e quindi con le barcacce sino a Napoli. Il marmo
è di buon colore e se ne veggono i gradini degli altari ed altari intieri
nella Chiesa di Rocca d’Evandro, e delle tavole per mobili in case
private. La facilità di avere marmi migliori con minore incomodo e spesa
di trasporto, ha prodotto che detta cava rimanesse abbandonata.
Cucuruzzo vedesi oggi situato su di
una prominenza che pare doveva chiamarsi Cucuzzolo.
A piedi di questo poggio vi è un
sito chiamato Cucuruzzo vecchio. È a ritenersi che nel 1146 nella guerra
tra Ruggero ed il Papa, essendo state arse molte terre tra le quali
Mortola, posta nel piano, gli abitanti di essa emigrando dovettero formare
prima un villaggio ove dicesi Cucuruzzo Vecchio, e poi per meglio
difendersi salire sulla prominenza ove oggi vedesi ancora.
Questo paesetto era feudo di
Montecassino, e soggetto come lo è a quell’Abate per la parte spirituale.
Era cinto di mura con porte. La chiesa domina il paese come un castello.
Ove era l’antica Mortola resta una
chiesa detta S. Maria di Mortola accorsata l’ultima Domenica di Maggio dai
devoti dei paesi circonvicini.
La popolazione attuale è di circa
anime 616 delle quali abitanti nelle case sparse numero N. 276.
Il tenimento di questo villaggio
appunto giunge sino a quello di S. Carlo che è un casale di Sessa, ed a
poca distanza dai bagni termo-minerali di Suio.
Nell’istesso tenimento di Cucuruzzo
e Mortola vi sono molte sorgive di acqua solfurea , ferrata ed acidola,
piacevoli a bere, ma un poco più deboli di quelle che si attingono più in
là verso Suio. Queste acque preziose erano ben note, ed in uso presso gli
antichi Romani, e lo sono state sempre, e lo sono ancora; se non che col
procedere dei secoli, e con le guerre e le devastazioni, dei stabilimenti
che vi erano, restano solo pochi ruderi, ed è da secoli che coloro i quali
vogliono profittare dei bagni debbono adattarsi ad alloggiare sotto tende,
o capanne di frasche. Oggi la provincia ha eretto in quel sito uno
stabilimento troppo meschino però, e poco decoroso per una Provincia come
quella di Terra di Lavoro.
Il Dottor fisico Vittorio di Monaco
analizzò chimicamente quelle acque, e raccomandò il miglioramento delle
case alla munificenza del Re Ferdinando IV; ma nulla si fece e nulla più
si è fatto.
È da sperare che sotto l’attuale
governo libero sorga a Suio uno stabilimento balneario degno della civiltà
dei tempi. Il saggio analitico del Dottor di Monaco fu stampato nell’anno
1798, dedicato al Dottor Giuseppe Vario.
|