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Pochi
Ricordi Storici
sopra
ROCCA
D’EVANDRO
E
SUOI VILLAGGI RIUNITI
CAMINO
E CUCURUZZO
pel
Marchese
FRANCESCO
CEDRONIO

L’amore
che ho sempre nutrito, e nutro nell’animo verso il paese di Rocca d’Evandro,
al quale tanti ricordi di mia famiglia son collegati, mi spinge a
scrivere queste memorie, tendenti a somministrar lumi e notizie sulla
sua origine, e sulle vicissitudini cui ha in diverse epoche soggiaciuto,
corrigendo nel contempo tradizioni mal fondate ed erronee.
Scevro
di qualunque pretensione di essere scrittore, e di qualunque merito
letterario non posso ambir lode alcuna né per concetto, né per
cognizione, né per stile, e sarà solo soddisfatto il mio animo se,
dedicando questo piccolo lavoro alla cittadinanza di essa Rocca, e
precipuamente alla parte (enita) di essa, mi sarà dato riscuoterne
compatimento, e benevole accettazione.
INTRODUZIONE
Nella
ben nota Valle del Garigliano che si estende dalle sorgenti del Liri,
sino al mare, in prossimità del confluente del Liri col Gari, d’onde
il fiume riunito prende nome Garigliano, e su di una collinetta posta
presso la sua sinistra sponda, vegonsi gli avanzi di un antico paesetto
nomato Vantra, o Bantra.
Dal
lato medesimo andando verso levante, ed a distanza di circa miglio uno e
mezzo, vedesi il paese tuttora abitato denominato Rocca d’Evandro ed
in antichi tempi anche Rocca di Vantra, o di Bantra. Quando entrambi i
paesi erano abitati, il fiume Pecce formava limite dei rispettivi
tenimenti, e della rispettiva giurisdizione feudale. Rimasta deserta la
terra di Vantra al piano, l’istesso fiume Pecce divideva il feudo
abitato della Rocca da quello disabitato Vantra, il primo soggetto pel
temporale ora a Montecassino, ora ad altri Baroni, ed il secondo sempre
a Montecassino, ed entrambi poi facienti parte per lo spirituale della
diocesi Cassinese.
Dall’abolizione
della feudalità, il tenimento del feudo morto Vantra, che dalla Pecce
si estende sino al fosso del Pisciarello e Vallilima, fu aggregato a
quello della Rocca, cui, aggiunto i tenimenti di Camino e Cucuruzzo come
Villaggi riuniti, i quali anticamente formavano Università separate, si
è costituito un tenimento di ben miglia diciotto di circuito circa.
I
suoi limiti sono il fiume Garigliano a mezzogiorno, il fiume Rapido, il
fosso Pisciarello e Vallelima a ponente, che divide dal tenimento di
Cassino e San Vittore; il Moscuso ed i Demani di Mignano e Caspoli a
settentrione quelli di Galluccio e San Carlo ad oriente.
Una
tradizione comunemente accreditata porta ad (credere) che Vantra al
piano fosse stata distrutta dai Saraceni, e che gli avanzi della
popolazione avessero formato la Rocca d’Evandro. Una simile tradizione
sembrami erronea, e smentita dai fatti storici: e solo resta a credersi
che, andandosi a disabitare Vantra, la più parte dei suoi abitatori si
fossero ritirati nella vicina Rocca, e parte forse in tenimento di
Galluccio, ove vedesi un piccolo casale detto i Vantresi.
Ciò
premesso, passeremo ad esaminare i fatti guidati dall’istoria dell’Egregio
P.Abate Don Luigi Tosti sulla Badia di Montecassino, e da notizie
risultanti da documenti che si conservano in archivio di famiglia, e da
quelle cortesemente avute dall’Archivio Cassinese.
VANTRA
Nell’anno
744 dell’era cristiano Gisulfo Duca di Benevento donò immense
possessioni alla Badia Cassinese, nell’ambito delle quali è il sito
detto Vantra.
E’
dubbio se all’epoca di detta donazione il paesetto Vantra esisteva, o
surse dopo; ma io sono mosso a credere che esisteva, dapoichè nell’istoria
del Tosti non è nominato tra quelli surti per benigna filantropica
opera dei Monaci, come S. Ambrogio, S. Apollinare, S. Angelo, ed altri.
E’ noto che queste contrade erano rimaste deserte dopo la caduta della
civiltà Romana, e che, se veggonsi oggi popolose è merito di
Montecassino che, raccogliendo coloni intorno alle chiese, formò delle
colonie le quali col decorrere degli anni divennero Paesi.
La
terra di Vantra era fortificata, cinta di muri e torri quadrate con in
mezzo delle fosse per conservar cereali, come attestano i suoi avanzi.
Le opere però sono dei bassi tempi, né nelle sue vicinanze si scorge
vestiglio alcuno di opere appartenenti ai tempi della Romana grandezza.
Soltanto qualche scheletro si è rinvenuto nelle vicinanze con accanto
la solita lucerna, un pignattino con carboni, ed una moneta di Romano
Imperatore.
Ritenuto
che Vantra era compresa nei beni donati a Montecassino da Gisulfo, pare
che i monaci ne dovettero perdere il possesso per qualche tempo, piochè
nel 1057 Landolfo Principe di Capua gliene faceva donazione, confermata
nel 1108 dal Conte di Teano. E’ da osservarsi però che Vantra era dei
monaci nel 1066 perché il suo nome è inciso sulle porte di bronzo
della Chiesa di Montecassino fatte in quell’epoca. Queste alternative
di perdite e ricupero di possesso dovettero dipendere dalle piccole
guerre, dalle incursioni e depredazioni che i Baroni vicini operavano l’uno
contra dell’altro, e quindi non è a maravigliarsene.
Tanto
Leone Ostienese nel libro 2°, Capo 15, quanto Vitone 2° in una sua
bolla distinguono due Vantra, una cioè Comitalis e l’altra Monacarum
per additare che una, cioè Rocca di Vantra , si apparteneva al Conte e
l’altra, cioè Vantra al piano, ai Monaci.
Dalla
storia poi dell’Abate Tosti si ha che Vantra nel 1117 ebbe distrutte
dal tremulo case e chiese; che poco dopo l’Abate Cassinese Oderisio vi
si fortificò contro Riccardo da Carinola, il quale andava ad espugnare
il Castello della Pica: e che finalmente nell’anno 1421 ad occasione
della guerra tra la Regina Giovanna e Lodovico d’Angiò quella Terra
fu occupata dal conduttiero di armi Braccio da Montone, che vi si
fortificò, e vi stiede per sei anni sino al 1427.
Da
notizie somministrate cortesemente dell’Archivio di Monte Cassino si
rileva che Vantra aveva due Chiese, una dedicata a San Michele titolo
Arcipretale di S. Mauro collegiata con cura di anime, e l’altra
dedicata a S. Nicola.
La
prima nel (1337) fu conferita ad un tal Daniele di S. Angelo in Teodice.
Nell’anno 1401 fu censita un’isoletta compresa nelle mura del paese
ad un tal (Tartaro Tomaselli) per una decina di cera all’anno.
Nel
(1473), giusta il registro di Giovanni D’Aragona, vi esisteva ancora
il Capitolo, il quale pagava a Monte Cassino Ducati (4080) annui e nel
1499 (....) era quella Terra disabitata del tutto stante che il
Commendatario dei Medici diede l’amministrazione della (....) di
Vantra ai nominati Carafiello e Stasio di Sangermano, ed un tale Paolo
Mastranni della terra di Camino volle abbandonare il proprio paese e
farsi suddito di Monte Cassino in Castro Vantra.
Dagli
atti di S. Visita del 1515 ricavasi sistente ancora la Chiesa di S.
Michele, cui presedeva un tale D. Damiano di Camino con un chierico.
Dopo di tale epoca non più si ha notizia di paese e di Chiese.
Da
quando si è detto di sopra chiaro appare essersi la Vantra al piano
incominciata a disabitare nel secolo XVI ed essersi resa disabitata del
tutto verso la metà del 1500: dunque non fu distrutta dai Saraceni, la
invasione dei quali ha una data di gran lunga anteriore.
Il
perché poi questa Terra situata in amena e vantaggiosa postura sia
stata abbandonata dagli abitanti non si sa.
Forse
perché essendo al piano era troppo spesso esposta ai danni per le
guerre tra i Sovrani e le gare tra i Baroni.
Vantra
disabitata col suo territorio fu sino all’abolizione della feudalità
feudo morto di Monte Cassino, e , cessato il regime feudale, aggregata a
Rocca d’Evandro in parte, ed in parte a San Germano. E’ erroneo che
Rocca d’Evandro aveva diritto sul feudo di Vantra, e che nella
divisione demaniale è stata pregiudicata. Dritti non ve ne erano e in
per la vicinanza che si ebbe aggregato parte del tenimento in
giurisdizione, e tomoli 200 di bosco in proprietà, come in compenso di
usi civici. Che anzi nel riparto demaniale erasi Rocca d’Evandro
trascurata del tutto: e fu per solerzia dei cittadini, tra i quali D.
Gio Battista Paglioli D. Emmanuele Ciaraldi seniore ed il Dottor D.
Giuseppe Coletti che si ebbe l’assegno.
Il
paese disabitato fu nel decennio acquistato con altri beni tolti a Monte
Cassino dal Conte dei Camaldoli D. Francesco Ricciardi e dagli eredi
rivenduto. Oggi le vecchie mura fan parte della tenuta Vantra e
Casamarina del Duca Cedronio.
ROCCA
D’EVANDRO
Questo
paese vedesi edificato su di uno scoglio isolato a destra ed a sinistra
del quale scorrono due torrenti o rivi di mal tempo. A mezzogiorno,
settentrione e levante gli fan corona monti sufficientemente elevati
detti, Remotania , Monte Camino e Monte del Campo. Dal lato Occidentale
che guarda Montecassino gode la vista di un orizzonte magnifico
scorgendosi tutta la Valle del Garigliano e Liri, e piu in su sino a
Veroli, Frosinone, Monte S.Giovanni ed altri paesi per una estensione di
oltre trenta miglia.
Il
clima è salubre, e gli abitanti godono buona salute ed hanno in
generale buon sangue. Il tenimento molto esteso, come sopra abbiamo
detto, è fertile in ogni specie di prodotto.
Ignota
ne è l’origine e l’epoca di sua fondazione. Tutto ( …….) che ha
voluto dirsi fin ora sia dall’Abate Pacichello, che lo fa fondare da
Evandro re del Lazio, sia da altri che lo dicono surto dalla distruzione
di Vantra, sia dal Cavro, che nella sua istoria del vecchio e nuovo
Lazio lo fa sorgere dagli avanzi della popolazione di Succursano (Lirmate)
dipendenza della antica Cassino sono o pure invenzioni, od almeno
malfondate congetture: certo però che è un paese molto antico ma surto
nei bassi tempi, poiché niuna vestigia si rinviene che indichi
esistenza anteriore alla caduta del Romano Impero, dove sorgere quando
per mettersi al sicuro delle incursioni nemiche le popolazioni si
ritiravano su poggi elevati e ben difesi. In fatti Rocca D’Evandro
vedesi edificato su di uno scoglio di difficile accesso, cui sovrasta
altro scoglio, nel quale era l’antico Castello o la Cittadella, ancora
così chiamata. Reso forte dalla natura e dall’arte, e situato alle
spalle di Mignano è stato in antichi tempi tenuto in molto conto come
punto forte di difesa, e segnatamente prima della invenzione della
polvere, e quando l’artiglieria era nascente. Nel Guicciardini, ed in
altri autori è citato in tempo di guerra come punto contrastato. Oggi
non vale più nulla a causa dei monti più alti che lo dominano.
E’
verosimile che questa piccola Terra fosse esistita unitamente a Vantra
nel piano all’epoca della donazione fatta da Gisulfo a Monte Cassino,
cioè nel 744 poiché il suo nome unitamente a quello di Vantra è
scolpito come proprietà del Monastero sulle porte di bronzo della
Chiesa di Monte Cassino fatte fondere nel 1066 dall’abate Oderisio.
Inoltre il Gattola riporta un privilegio di Landolfo e di Antinolfo, da
cui rilevasi che la Rocca era abitata verso la metà del secolo XI.
Nell’anno
1122 l’Imperatore Errico ne fece piena donazione a Monte Cassino ma
poco dopo l’Abate Teobaldo fu fatto prigioniero da Pandolfo di Capua,
il quale occupò Rocca d’Evandro e la diede in potere di un tale
Todino vassallo del Monistero resosi ribelle. Intruse poi per Abate un
tal Basilio ma l’Imperatore Corrado scacciò il signore Capuano e l’intruso
Abate, e pose sul seggio abadiale Bicherio di nazione Bavaro, il quale
ricuperò tutto il patrimonio di San Benedetto, assediò per ben tre
mesi Rocca d’Evandro ed infine l’ebbe per accordo preso con i
principali cittadini, dando loro non solo i beni che aveano perduti ma
quelli che il Todino possedeva in Pignataro e S.Elia. Al ribelle Todino
fu rasa la barba ed i capelli e destinato a cerner farina e panizare pel
Monastero.
Intanto
Pandolfo Principe di Capua cacciato dai suoi stati da (……)Principe
di Salerno chiamò gli imperiali in suo soccorso promettendo loro un
compenso ciò che non era suo cioè i possidimenti dei Monaci Cassinesi.
Il Conte di Teano si associò all’impresa come quello che avea i suoi
stati prossimi a quelli della Badia e possedevano Camino prossimissimo
alla Rocca d’Evandro. Poiché però la Rocca era (……………)
impossessarsene per (....) corrompendo con danaro il Castellano e
promettendogli una sua sorella in moglie.
Era
Castellano un tale Armanno anche Bavaro fratello dell’Abate che
perciò( ….).aderire al progetto: ed aprì le porte del Castello al
Conte ma come l’ebbe introdotto lo (ritenne) prigione con la scorta,
né volle in niun conto rilasciarlo, malgrado gli ordini dell’Abate,
il quale era stato impegnato alla sua liberazione. Dové l’Abate
espugnare la Rocca con la forza e così liberarlo mediante però formale
rinuncia ad ogni pretesa sulla Rocca medesima. Verso l’anno 1314
essendo Abate Pietro (come dice il Tosti), non andando più a sangue a
quelli di Rocca d’Evandro il governo badiale, (pensarono) ribellare.
Era rettore per la Badia nella loro terra un signoretto Monaco nipote
dell’Abate, il quale quando un di discese dalla Rocca nella terra fu
ad un tratto preso ed impedito di tornare. Spedirono gli Evandresi
legati al re Federico in Gaeta ove era venuto per andare a Roma, e lo
pregarono volesse loro concedere altro Signore.
Il
Re volle contentarli e fidava a Giovanni Russo di Gaeta Rocca d’Evandro.
Giunto in Roma Federico, v’arrivò anche il Monaco Stefano detto
Marsicano che a nome dell’Abate e dei Monaci adoperossi presso il
Pontefice ed il Re per riavere Rocca d’Evandro: regie e ponteficie
lettere furono spedite al Castellano Russo, perché restituisse la terra
ai Cassinesi ma nulla valse amando costui meglio tenerla per se che
renderla.
(Atenolfo)
, cui forse era increscevole l’ozio del chiostro, volenteroso usci in
campo con armi ed armati che menò alla espugnazione della Rocca. Lunga
pezza si travagliò per ottenerla: ma in vano, perché in alto locata e
benissimo difesa dai terrazzani, ne provava un di più che l’altro la
difficoltà del conquisto. Posate le armi l’Abate venne a ragionamenti
di accomodo ed ottenne la terra regalando il Russo di (nuova) moneta
dondogli in sposa una sua nipote. Così Rocca d’Evandro ritornò sotto
la temporale giurisdizione di Montecassino.
Nell’anno
poi (1348) allorché gli Ungari comandati da Lodovico vennero a
vendicare la morte del Re Andrea, un tale Iacopo Papone da Pignataro
(pro....)dello sconvolgimento in cui era la Badia, si rese ribelle,
assoldò molta gente (......) molte terre tra le quali Rocca d’Evandro
e si mantenne padrone di esse molti anni ma banalmente arrestato in
Ceccano e condannato a morte, resta tutto il mal tolto e donò alla
Chiesa di Rocca d’Evandro un terreno ove aveva piantato la vigna.
Le
sue gesta son rimaste tradizione nella mente del volgo, di talché
ancora, volendo indicare un nome di cattiva condotta, dicesi ne ha fatto
più esso che Papone.
Dopo
questo ricupero dalle mani del Papone, la terra di Rocca d’Evandro
dové uscire novellamente dal (.......) Cassinesae perché nel 1388(
.......) possessore Tommaso Brancaccio. Il motivo di tal novità ci è
ignoto. Per ribellione del Brancaccio dal Re Latislao, la terra fu
pubblicata al fisco e restituita dal Re a Monte Cassino il quale dové
perderla di nuovo forse in occasione ad occasione di altra guerra e
ribellione perché lo stesso Re nel 1413 facultava il sua Ciambellano
.Giosuè di Fasal a vendere una metà del Castello di Rocca d’Evandro.
Dopo questo fatto Montecassino ne perdé per sempre il possesso, e segue
una serie di Baroni sino alla legge (.....) della feudalità.
Dopo
una tal epoca furono Baroni della Rocca Cola de Orsino e Maria di
Marzano Conti di Monappello.
Nel
1500 ne era possessore Ettore Fioramosca Duca di Mignano per concessione
del Re Ferdinando.
Nel
1528 ne era feudario Federico Monforte soprannominato Gambalesa, il
quale si rese ribelle all’imperatore Carlo V. Nella invadere che
fecero le armi imperiali il regno (.......) ,gli abati di Monte Cassino
e di S. Paolo a Roma si chiusero con i loro tesori nella Rocca d’Evandro
e vi si fortificarono. Il Marchese di Pescara Francesco di Avolas Gran
Capitano di Carlo V mandò ad espugnare la Rocca il Colonnello Maramaldo
con artiglieria, ed, arresasi, fu devoluta al fisco novellamente.
L’artiglieria
dovè essere piazzata sul Monte che guarda la Rocca dal lato di
(mezzogiorno) perciò dello Monte del Campo ove vedasi traccia di
Macerone fatto per rendere piana la strada al passaggio delle bocche da
fuoco. Ecco perché a (……) di rincontro a quel monte tanto a piedi
del paese quanto a piedi del Castello, si sono rinvenute diverse palle
di cannone molte intiere, talune divise a metà, del peso di rot. 17
circa, una delle quali fu rinvenuta nel corpo di un muro del Castello in
(……. ) di doversi rifare. L’abitato di Rocca d’Evandro era
chiuso da due porte, una detta di S.Margherita, e l’altra dell’acqua;
era cinto di pietra solida con torri quadrate, con una (…) torre
circolare detta il Torrione, nome che ancora conserva quel sito e più
innanzi era situato il cannone chiamato Colonbrina, dando il nome di
Colombra al fondo sottoposto. Andando più verso mezzogiorno su di una
rupe a picco levansi altre fortificazioni, che perciò quel sito
chiamasi ancora i Castelloni. Il sovrastante Castello cinto da muri a
picco comunicava con la torre fortificata per mezzo di (….) cinto da
mura che ancora dicesi Cittadella, dal quale con strade interne segrete
di discendea nell’abitato.
Ecco
perché la nostra Rocca fu punto interessante di (.......)e di difesa
sino a che (.....) attesi i monti sovrastanti che la circondano le ha
tolto ogni importanza.
Dopo
(……) la breve digressione ritorniamo all’elenco dei Baroni.
Morto
il Marchese di Pescara la vedova Vittoria Colonna (…….). sul feudo
di Rocca d’Evandro
(………)
in compenso di servigi
che il marito aveva reso (…..)corona, e nel (1554) l’ebbe
definitivamente (....).
Nell’anno
(1578) Maria d’Aragona (del Vasto), avente causa dalla Vittoria, cedé
il feudo a Giulio Cafara. Col patto di riavere, e nel (1552) se ne fece
vendita diffinitiva a (……) Muscettola il quale nel (1583) ne fece
cessione ad Antonio (Belagna) e da costui passò alla famiglia Sammarco
del (1577).
Questa
nobile famiglia da gran tempo estinta, fu posseditrice dei feudi di
Rocca d’Evandro e Camino circa all’anno 1652.
I
Sammarco furono chi più chi meno dediti alle lettere ed a( ....) l’istruzione
dei vassalli.
A
Fabrizio succedé Gio Vincenzo detto Giurecon(.....) .ed a questi (
........)di lettere, scrittore di varie opere e tra le altre di quella
intitolata Della mutazione dei regni. Quest’opera fu ristampata nel
1805 con un discorso di Leonardo Salviati e con delle notizie sulla vita
di Sammarco inesatte ed erronee, e corrette dal Marchese Alessandro
Cedronio.
Ad
Ottavio succedé il germano Antonio, a questi Fabrizio, ed a quest’ultimo
succedé la sorella Porzia nella quale la famiglia si estinse. Un’altra
sorella a nome Aurelia fu anche donna amante delle lettere ed istituì
una scuola di grammatica nella vicina terra di S. Vittore. Il perché
lì e non alla Rocca, proprietà della famiglia, non saprei dirlo.
Dotò
la scuola di Ducati 500 da impegnarsi in compera, onde con la rendita
(mantenere) il Maestro, e donò al Comune di S. Vittore Ducati 250 da
farne maritaggi.
L’Università
diede questi Ducati 750 al Dottor Carlo Cinquegrana per la corrisposta
di annui Ducati (57.50), ed ebbe assicurazione sopra una casa palaziata,
ed un Oliveto detto Colle di Marco in S. Vittore , ed una Selva nel
feudo di Toraldo detto Valle Marma. L’istrumento lo stipulò il 11
9bre (1673) il Notaio Pietro Ferrone di Napoli.
A
motivo di essere estinta la casa Sammarco i feudi ritornarono al fisco,
da cui li acquistò il dottor Gio Domenico Pelosi nobile Cosentino.
Anatonia
unica figlia ed erede del Pelosi sposò Francescantonio Cedronio e
così, per successione i( ...) feudi si trovarono presso la famiglia
Cedronio ultima feudataria come si vedrà.
Estinta,
come sopra si è detto, la famiglia Sammarco, fu dalla Regia Camera
ordinato l’apprezzo del feudo, onde vendersi e pagarsi le obbligazioni
di quella famiglia, e ne fa data commessa nell’anno 1625 al tabulario
Salvatore Pinto questi, fa precedere alla valuta del feudo una
descrizione dello stesso, e si esprime ad un di presso in questi
termini.
Dopo
aver esaminato la situazione, l’aere e l’orizzonte, che dice
estendersi fino a Frascati, dice pure essere gli abitanti robusti e di
buon aspetto tanto maschi che femmine, ed esser gente quieta, non
rissosa e non litigante. Essere per lo più foresi o sia( ......)
campagna, con un medico un Chirurgo, tre barbieri ed una levatrice, né
esservi altri artigiani. Dice esservi buon grano, buon vino, e frutta.
La
piazza la descrive piuttosto larga con botteghe intorno, ma disabitate e
senza pavimento, in una delle quali si macellavano gli animali.
La
Chiesa la descrive coverta a tetti e ad una nave con cappellone a
sinistra, e situata a fianco della piazza. Il suo titolo era di S.
Antonio Abate, allora protettore del paese. Descrive le due congreghe
della Grazia e del Rosario: dice il Coro essere sovrastante alla porta
di ingresso con l’organo portatile. Eranvi allora l’Arciprete, sei
sacerdoti e diciotto Chierici. Dice di più il Pinto esservi un’altra
Chiesa dedicata a S. Margherita, la quale anticamente era la Chiesa
Madre, e non cita né S. Antonio né S. Tommaso, le quali han dovuto
sorgere dopo. Quella di S. Antonio Abate certo surse quando fu data alla
Chiesa Madre altro protettore che, dicesi fosse stato S. Antonino al
quale succedette poi l’attuale protettore S. Rocco.
Il
paese era tassato per fuochi 60 e governato da tre eletti, che a quell’epoca
erano: Antonio de Zillo, Giacomo Orefice, Francesco (Le...). Il
Sorviente...ed intimatore era Carlo Campagnolo.
Nel
Dizionario poi Geografico di Lorenzo Giustiniani stampato in Napoli nel
1801 al( fol....) , pagina 27 si legge:
”
Rocca di Vantra così è scritta questa Terra nelle situazioni del
regno, e soltanto in quel libriciuolo infelicemente formato della nota
dei paesi del Regno col numero dei fuochi sta scritta Rocca d’Evandro.
E’ compresa in Terra di Lavoro in Diocesi di Monte Cassino, distante
da Napoli miglia Cinquanta ed otto da S. Germano. Nella cronaca di
Riccardo da S. Germano è scritta Rocca Bantra (Codice anno 1211 e 1215)
che è la vera sua denominazione. Non saprei perché Trojano Spinelli
nel suo saggio p. 43 l’avesse chiamata Rocca d’Evandra. Vedesi
edificata in luogo montuoso, e la dicono di buon aria e di qualche
antichità. Vi si vede un Castello, opera dei bassi tempi. Nel (1532) fu
tassato per fuochi 55 e nel( 1545) per fuochi 54 nel 1669 per 74 ed oggi
gli abitanti (cioè nel 1804 ascendono a 1500). Presso Leone Ostinse lib.
2 cap. 15 trovasi Landone Conte di Bantra. Nel 1000 l’Abate Mansone
Cassinese ricevé da Landolfo Principe di Capua la conferma del castello
Rocca Bantra.
Si
ha notizia che nel (1050) Todino ebbe Rocca di Vandra da Landolfo
Principe di Capua e la diede all’Abate di Monte Cassino perché
assediata da Corrado Imperatore Ostinse lib. 2 Cap. 59 e 68.
Negli
ultimi tempi fu posseduta dalla famiglia Sammarco e presentemente la
possiede la Famiglia Cedronio”.
All’epoca
che scriviamo queste memorie Rocca d’Evandro conta una popolazione di
anime 747 nell’abitato (....) e 1475 nelle case sparse: in tutto anime
2222oltre i due villaggi riuniti di Cucuruzzo e Camino, quale
popolazione e per la più parte dispersa in campagna, sia per la
comodità di strade in pianura e per abbondanza di acqua, sia perché il
paese essendo edificato su di uno scoglio non presenta spazio atto al
suo ampliamento.
Il
Castello che la domina, antica fortezza come abbiamo detto, all’epoca
dell’apprezzo del tavolario Pinto della pervenienza in casa Cedronio
era ben ristretto nel suo fabbricato. Non vi erano che tre o quattro
bassi, due grandi sale, tre altre camere, in seguito con dei suppegni,
un piccolo orto in fondo ed una loggia scoverta con conserva d’acqua
ove oggi è galleria dal lato di mezzogiorno; tutto ciò che vedesi
ammassato di fabbriche attualmente è stata opera della famiglia
Cedronio che ha fabbricato sulle vecchie basi dell’antico Castello,
conservandone per quanto ha potuto la forma e le antiche torri.
Ritornando
alla famiglia Cedronio, ultima posseditrice dei feudi di cui parliamo,
non credo fuor di proposito darne un piccolo cenno storico.
Essa
è di origine romana, e, secondo la descrizione che ne fa la platea di
famiglia si trovò trapiantata nel Regno di Napoli per cagioni
politiche.
Se
si vuol prestare fede ai certificati di patriziato Romano rilasciati
dall’archivio del Campidoglio, essa fa discendere dai nominati Caio e
Pisano Cedronio citati da Tacito nei suoi annali, ma mettendo ciò in
non (cale), il certo si è che nell’anno (1313) Pompeo Cedronio Conte
di Castelnuovo e Palombara si trasferì da Roma a Napoli, ove dalla
Regina Giovanna (1 ): fu nel 1314 nominato Gran Simscalco della
Provincia di Talqualquerio. La famiglia visse prima parte in Napoli,e
parte in Roma , e poi riunita tutta in Napoli visse parte ivi e parte
nella città di S. Germano per la maggior vicinanza a Roma patria
primitiva.
Gli
eredi del Conte Pompeo ebbero nel Regno altri feudi come quelli di
Corvara in Abruzzo e di Cominaglia o Remagnano. In S. Germano la
famiglia acquistò molti privilegi aboliti dalle nuove leggi.
Francesco
figlio di Benedetto e di Vittoria Ferramosca fu Castellano di Rocca
Gianola , e capitano a guerra della città di S. Germano verso il 1421
una Gemma Cedronio fu prima Badessa del Monastero di S. Scolastica, ed
in seguito Benedetto Cedronio fu arciprete della Cattedrale di detta
Città. Da questo ceppo venne Francesco, il quale per aver sposato la
Pelosi divenne Barone di Rocca d’Evandro e Camino. E volendo enumerare
i diversi Baroni di casa Cedronio essi furono Benedetto casato con
Vittoria Burbon dei Marchesi di S. Maria dell’Umbria.
Anno
1696 Domenico suo figlio casato con Lucrezia( ....) dei Marchesi di
Tortorella.
1725
altro Benedetto casato con Teresa Gisulfo e( ....) dei Duchi di (....)
1764
altro Domenico e per la costui morte senza prole il germano
Gioanbattista casato con D. Giovanna l’Ost di Malta. 1782 Alessandro
ultimo possessore casato con Margherita di Giogio.
Questi
possessori amarono il progresso e la civiltà del paese, e non solo
incoraggiarono i giovani ad istruirsi nelle arti e nelle scienze, ma
tanto nel paese, che in Napoli non furono avari verso di essi di
sorveglianza e di aiuto. Taluni individui di famiglia come il primo Bali
D. Francescantonio. D. Pietro D. Alessandro (che fu Arcivescovo di
Bitonto) non disdegnarono dare essi stessi lezioni ai giovani nel
Castello di loro abitazione. All’epoca di cui discorriamo si ebbero in
Rocca d’Evandro Avvocati, Magistrati e Filosofi.
Tra
questi si distinsero i Medici Catalozzi e Framondi il Farmacista Del
Vecchio i Notai Framondi, Comparelli gli Avvocati Coletti e Ciaraldi, ed
altro Ciaraldi Consigliere del S. Regio Consiglio, ed infine D. Gio
Battista Di Zazzo seniore Sacerdote versato in diverse scienze e lettore
in filosofia.
Fu
coll’impulso del Marchese D. Gio Battista e sotto i suoi auspici che
la Chiesa Madre venne ingrandita, elevata d’altezza, e decorata di
stucchi e buona architettura. L’organo fu fatto da lui costruire,
essendo egli intelligentissimo di studi musicali, e compositore di molte
opere.
Il
figlio Alessandro rese rotabile la salita dalle Pecce al paese, secondo
meglio dettavano i lumi di quei tempi, facendo trasportare dai naturali
i materiali per giro, e pagando esso l’opera di costruzione.
E’
tradizione che l’acqua anticamente veniva sino in piazza, ed è
perciò che la via sottoposta chiamasi dei Lavatoi. Il corso, che era
formato di tubi di creta, dovè rompersi, e ostruirsi di modo che l’acqua
si aveva nel sito ora detto fontana antica molto distante dall’abitato,
e senza alcuna costruzione adatta al comodo degli abitatori. Alessandro
costruì l’intero acquidotto che oggi esiste dall’acqua viva al
largo di S. Eleuterio lungo metri mille tutto a sue spese, costruì
fontana e Vasche nel largo suddetto, che, essendo suo col solo passaggio
pubblico per andare a Camino, regalò al Comune. Ciò risulta da
istrumento per notar Costantino d’Amico di S. Andrea del 10 dicembre
1801.
Rocca
d’Evandra aveva il privilegio del mercato in giorno di martedi
concesso dal Re Filippo o Fabrizio Sammarco nel 1588.
Questo
beneficio rimase sin dal principio lettera morta, sia per le difficoltà
di accesso sulla Rocca sia per l’esistenza del mercato di Roccamonfina
che si celebra il Lunedì.
Nell’anno
(1749) il Marchese D. Benedetto Cedronio ebbe la concessione di una
fiera da celebrarsi il 1 e 2 Settembre di ciascun anno detta S. Antonio
principale protettore del paese.
Questa
fiera si teneva nel sito detto S. Sebastiano prossimo all’abitato ove
erano comodità sufficienti poiché il feudo dei Signori Ciaraldi non
era ancora piantato ad olivi, ed i fondi di Cambellone, Cuomo e Martella
erano spazi Comunali.
Abbiamo
inteso da persone molto inoltrate negli anni, le quali si ricordavano la
fiera in quel sito che per mancanza di acqua sufficiente, per
restrizione di locale, e per essere più di un animale caduto nei pozzi
erasi la fiera trasportata alla pianura detta delle Pecce, ove è il
molino.
In
quel sito comodo per accesso e per abbondanza di acqua, per ricovero del
molino, sue stanze superiori, stalle e annessa taverna, oggi
abbandonata, e più quello all’orto Pecce e Masserie di tersa Grilli
oggi Coletti, la fiera divenne animatissima ed una delle prime per
animali vaccini, principalmente dopo quella di S. Francesco in Cassino.
Vi accorrevano non solo dai paesi vicini, ma da tutti quelli dalla parte
di Sora, di Teano e Sessa.
Gli
animali erano esenti da dazio e si pagava piccolo dritto per le
baracche, che appostatamente si costruivano. Il dritto che prima era
baronale e poi divenne Comunale si fittava circa D. 812 l’anno, dritto
che fu abolito nel 1835 circa per rendere la fiera più accorsata. Venne
in mente a diversi principali del paese sotto il Sindacato del fu D. Gio
Battista Pagliola ricondurre la fiera sul paese per renderla più
animata e piazzarla fu fondi capitolari e di qualche proprietario;
ebbero anche in mente di dare maggior comodo ai naturali ma non si
pensò per gli avventori i quali, sia per la salita faticosa, sia per l’imposizione
dei dazi, sia per la mancanza di acqua, sonosi a poco a poco
allontanati; la fiera si è resa poco frequentata e lo è per lo più o
da paesani, o da gente dei paesi molto vicini. A tutto ciò si aggiunge
che per la vendita avvenuta dei beni della Chiesa e le piantaggioni di
Olivi che si stanno praticando il locale è ridotto ristrettissimo e
sempre più andrà restringendosi. Sarebbe quindi desiderabile pel bene
del commercio e dell’industria che gli Amministratori si risolvessero
a riportare la fiera nel piano delle Pecce con lo scopo di rianimarla di
nuovo. E qui terminiamo di parlare di Rocca d’Evandro per passare a
dire poche parole su Camino e Cucuruzzo.
Per
questi due Villaggi poco possiamo dire.
In
quanto a Camino esso era posto sulla cima del monte ove tuttora é una
Chiesa la quale era la parrocchiale del paese e dove nel mese di maggio
accorre molto popolo dai paesi vicini per devozione alla Vergine cui è
dedicata. I molti avanzi di antiche fabbriche, le quali circondano la
Chiesa, confermano che il paese lì era. Il paese dovè esser arso nel
1192 ( a causa) della guerra tra Arrigo e Costanza contro Tangredi: la
popolazione allora dovè ridursi in sito meno aspro e più vicino a
Rocca d’Evandro, ove attualmente esiste, chiamato Cesa Ferrara.
Camino
formava Università e feudo separato da Rocca d’Evandro i confini del
suo tenimento giungevano a poca distanza dal detto Comune, nel sito ove
dicesi Acquaviva.
Avea
le sue (istituzioni), delle quali si conserva una (copia) del Re Filippo
nel (1573).
Lo
spirituale è sempre andato e va tuttora con la Diocesi di Teano. Il
piccolo feudo fu posseduto dai Conti di Teano e poscia da Guidone
Ferramosca Conte di Mignano. Come si trovasse poi riunito in feudo a
Rocca d’Evandro sotto i Baroni Muscettola ci è ignoto. La sua
popolazione dedita alla agricoltura e pastorizia conta 381 anime divise
tra Camino, Colle, Formella, e Vallevona. Dal 1811 è villaggio riunito
alla Rocca. E’ da notarsi che nel tenimento di questo villaggio vi è
una montagna demaniale detta del Giallo perché offre il marmo di tal
colore. Vedesi l’antica cava e la strada per la quali i pezzi di marmo
si trasportavano al Garigliano ove di caricavano sopra zattere e si
portavano sino a mare e quindi con le barcacce sino a Napoli. Il marmo
è di buon colore e se ne veggono i gradini degli altari ed altari
interni nella Chiesa di Rocca d’Evandro e delle tavole per mobili in
case private. La facilità di avere marmi migliori con minore incomodo e
spesa di trasporto ha prodotto che detta cava rimanesse abbandonata.
Cucuruzzo
vedesi oggi situato su di una prominenza che pare doveva chiamarsi
Cucuzzola.
A
piedi di questo poggio vi è un sito chiamato Cucuruzzo vecchio. E’ da
ritenersi che nel 1116 nella guerra tra Ruggero ed il Papa essendo state
arse molte terre tra le quali Mortola, posta nel piano gli abitanti di
essa emigrando dovettero formare prima un villaggio ove dicesi Cucuruzzo
Vecchio e poi per meglio difendersi salire sulla prominenza ove oggi
vedesi ancora.
Questo
paesetto era feudo di Monte Cassino e soggetto come lo è a quell’Abate
per la parte spirituale. Era cinta di mura con porte. La chiesa domina
il paese come un castello.
Ove
era l’antica Mortola resta una chiesa detta S. Maria di Mortola
accorsata l’ultima Domenica di Maggio dai devoti dei paesi
circonvicini.
La
popolazione attuale è di circa anime 616 delle quali abitanti nelle
case sparse numero 276.
Il
tenimento di questo villaggio appunto giunge sino a quello di S. Carlo
che è un casale di Sessa ed a poca distanza dai bagni termo-minerali di
Suio.
Nell’istesso
tenimento di Cucuruzzo e Mortola vi sono molte sorgive di acqua solfurea
, ferrata ed acidola, piacevoli a bere ma un poco più deboli di quelle
che si attingono più in là verso Suio. Queste acque preziose erano ben
note, ed in uso presso gli antichi Romani, e lo sono state sempre, e lo
sono ancora; se non che con il procedere dei secoli, e con le guerre e
le devastazioni dei stabilimenti che vi erano, restano solo pochi ruderi
ed è da secoli che coloro i quali vogliono profittare dei bagni debbono
adattarsi ad alloggiare sotto tende o capanne di frasche. Oggi la
provincia ha eretto in quel sito uno stabilimento troppo meschino però,
e poco decoroso per una Provincia come quella di terra di lavoro.
Il
Dottor fisico Vittorio Di Monaco analizzò chimicamente quelle acque e
raccomandò il miglioramento delle case alla munificenza del Re
Ferdinando IV ma nulla si fece e nulla più si è fatto.
E’
da sperare che sotto l’attuale governo libro sorga a Suio uno
stabilimento balneario degno della civiltà dei tempi.
Il
saggio analitico dl Dottor Di Monaco fu stampato nell’anno 1798,
dedicato al Dottor Giuseppe Vario.
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