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Ricordi Storici sopra Rocca D'Evandro | Notizie su Rocca d'Evandro

Pochi Ricordi Storici

sopra

 

ROCCA D’EVANDRO

 

E SUOI VILLAGGI RIUNITI

CAMINO E CUCURUZZO

 

pel Marchese

 

FRANCESCO CEDRONIO

 

 

 

L’amore che ho sempre nutrito, e nutro nell’animo verso il paese di Rocca d’Evandro, al quale tanti ricordi di mia famiglia son collegati, mi spinge a scrivere queste memorie, tendenti a somministrar lumi e notizie sulla sua origine, e sulle vicissitudini cui ha in diverse epoche soggiaciuto, corrigendo nel contempo tradizioni mal fondate ed erronee.

Scevro di qualunque pretensione di essere scrittore, e di qualunque merito letterario non posso ambir lode alcuna né per concetto, né per cognizione, né per stile, e sarà solo soddisfatto il mio animo se, dedicando questo piccolo lavoro alla cittadinanza di essa Rocca, e precipuamente alla parte (enita) di essa, mi sarà dato riscuoterne compatimento, e benevole accettazione.

 

INTRODUZIONE

 

Nella ben nota Valle del Garigliano che si estende dalle sorgenti del Liri, sino al mare, in prossimità del confluente del Liri col Gari, d’onde il fiume riunito prende nome Garigliano, e su di una collinetta posta presso la sua sinistra sponda, vegonsi gli avanzi di un antico paesetto nomato Vantra, o Bantra.

Dal lato medesimo andando verso levante, ed a distanza di circa miglio uno e mezzo, vedesi il paese tuttora abitato denominato Rocca d’Evandro ed in antichi tempi anche Rocca di Vantra, o di Bantra. Quando entrambi i paesi erano abitati, il fiume Pecce formava limite dei rispettivi tenimenti, e della rispettiva giurisdizione feudale. Rimasta deserta la terra di Vantra al piano, l’istesso fiume Pecce divideva il feudo abitato della Rocca da quello disabitato Vantra, il primo soggetto pel temporale ora a Montecassino, ora ad altri Baroni, ed il secondo sempre a Montecassino, ed entrambi poi facienti parte per lo spirituale della diocesi Cassinese.

Dall’abolizione della feudalità, il tenimento del feudo morto Vantra, che dalla Pecce si estende sino al fosso del Pisciarello e Vallilima, fu aggregato a quello della Rocca, cui, aggiunto i tenimenti di Camino e Cucuruzzo come Villaggi riuniti, i quali anticamente formavano Università separate, si è costituito un tenimento di ben miglia diciotto di circuito circa.

I suoi limiti sono il fiume Garigliano a mezzogiorno, il fiume Rapido, il fosso Pisciarello e Vallelima a ponente, che divide dal tenimento di Cassino e San Vittore; il Moscuso ed i Demani di Mignano e Caspoli a settentrione quelli di Galluccio e San Carlo ad oriente.

Una tradizione comunemente accreditata porta ad (credere) che Vantra al piano fosse stata distrutta dai Saraceni, e che gli avanzi della popolazione avessero formato la Rocca d’Evandro. Una simile tradizione sembrami erronea, e smentita dai fatti storici: e solo resta a credersi che, andandosi a disabitare Vantra, la più parte dei suoi abitatori si fossero ritirati nella vicina Rocca, e parte forse in tenimento di Galluccio, ove vedesi un piccolo casale detto i Vantresi.

Ciò premesso, passeremo ad esaminare i fatti guidati dall’istoria dell’Egregio P.Abate Don Luigi Tosti sulla Badia di Montecassino, e da notizie risultanti da documenti che si conservano in archivio di famiglia, e da quelle cortesemente avute dall’Archivio Cassinese.

 

 

VANTRA

 

Nell’anno 744 dell’era cristiano Gisulfo Duca di Benevento donò immense possessioni alla Badia Cassinese, nell’ambito delle quali è il sito detto Vantra.

E’ dubbio se all’epoca di detta donazione il paesetto Vantra esisteva, o surse dopo; ma io sono mosso a credere che esisteva, dapoichè nell’istoria del Tosti non è nominato tra quelli surti per benigna filantropica opera dei Monaci, come S. Ambrogio, S. Apollinare, S. Angelo, ed altri. E’ noto che queste contrade erano rimaste deserte dopo la caduta della civiltà Romana, e che, se veggonsi oggi popolose è merito di Montecassino che, raccogliendo coloni intorno alle chiese, formò delle colonie le quali col decorrere degli anni divennero Paesi.

La terra di Vantra era fortificata, cinta di muri e torri quadrate con in mezzo delle fosse per conservar cereali, come attestano i suoi avanzi. Le opere però sono dei bassi tempi, né nelle sue vicinanze si scorge vestiglio alcuno di opere appartenenti ai tempi della Romana grandezza. Soltanto qualche scheletro si è rinvenuto nelle vicinanze con accanto la solita lucerna, un pignattino con carboni, ed una moneta di Romano Imperatore.

Ritenuto che Vantra era compresa nei beni donati a Montecassino da Gisulfo, pare che i monaci ne dovettero perdere il possesso per qualche tempo, piochè nel 1057 Landolfo Principe di Capua gliene faceva donazione, confermata nel 1108 dal Conte di Teano. E’ da osservarsi però che Vantra era dei monaci nel 1066 perché il suo nome è inciso sulle porte di bronzo della Chiesa di Montecassino fatte in quell’epoca. Queste alternative di perdite e ricupero di possesso dovettero dipendere dalle piccole guerre, dalle incursioni e depredazioni che i Baroni vicini operavano l’uno contra dell’altro, e quindi non è a maravigliarsene.

Tanto Leone Ostienese nel libro 2°, Capo 15, quanto Vitone 2° in una sua bolla distinguono due Vantra, una cioè Comitalis e l’altra Monacarum per additare che una, cioè Rocca di Vantra , si apparteneva al Conte e l’altra, cioè Vantra al piano, ai Monaci.

Dalla storia poi dell’Abate Tosti si ha che Vantra nel 1117 ebbe distrutte dal tremulo case e chiese; che poco dopo l’Abate Cassinese Oderisio vi si fortificò contro Riccardo da Carinola, il quale andava ad espugnare il Castello della Pica: e che finalmente nell’anno 1421 ad occasione della guerra tra la Regina Giovanna e Lodovico d’Angiò quella Terra fu occupata dal conduttiero di armi Braccio da Montone, che vi si fortificò, e vi stiede per sei anni sino al 1427.

Da notizie somministrate cortesemente dell’Archivio di Monte Cassino si rileva che Vantra aveva due Chiese, una dedicata a San Michele titolo Arcipretale di S. Mauro collegiata con cura di anime, e l’altra dedicata a S. Nicola.

La prima nel (1337) fu conferita ad un tal Daniele di S. Angelo in Teodice. Nell’anno 1401 fu censita un’isoletta compresa nelle mura del paese ad un tal (Tartaro Tomaselli) per una decina di cera all’anno.

Nel (1473), giusta il registro di Giovanni D’Aragona, vi esisteva ancora il Capitolo, il quale pagava a Monte Cassino Ducati (4080) annui e nel 1499 (....) era quella Terra disabitata del tutto stante che il Commendatario dei Medici diede l’amministrazione della (....) di Vantra ai nominati Carafiello e Stasio di Sangermano, ed un tale Paolo Mastranni della terra di Camino volle abbandonare il proprio paese e farsi suddito di Monte Cassino in Castro Vantra.

Dagli atti di S. Visita del 1515 ricavasi sistente ancora la Chiesa di S. Michele, cui presedeva un tale D. Damiano di Camino con un chierico. Dopo di tale epoca non più si ha notizia di paese e di Chiese.

Da quando si è detto di sopra chiaro appare essersi la Vantra al piano incominciata a disabitare nel secolo XVI ed essersi resa disabitata del tutto verso la metà del 1500: dunque non fu distrutta dai Saraceni, la invasione dei quali ha una data di gran lunga anteriore.

Il perché poi questa Terra situata in amena e vantaggiosa postura sia stata abbandonata dagli abitanti non si sa.

Forse perché essendo al piano era troppo spesso esposta ai danni per le guerre tra i Sovrani e le gare tra i Baroni.

Vantra disabitata col suo territorio fu sino all’abolizione della feudalità feudo morto di Monte Cassino, e , cessato il regime feudale, aggregata a Rocca d’Evandro in parte, ed in parte a San Germano. E’ erroneo che Rocca d’Evandro aveva diritto sul feudo di Vantra, e che nella divisione demaniale è stata pregiudicata. Dritti non ve ne erano e in per la vicinanza che si ebbe aggregato parte del tenimento in giurisdizione, e tomoli 200 di bosco in proprietà, come in compenso di usi civici. Che anzi nel riparto demaniale erasi Rocca d’Evandro trascurata del tutto: e fu per solerzia dei cittadini, tra i quali D. Gio Battista Paglioli D. Emmanuele Ciaraldi seniore ed il Dottor D. Giuseppe Coletti che si ebbe l’assegno.

Il paese disabitato fu nel decennio acquistato con altri beni tolti a Monte Cassino dal Conte dei Camaldoli D. Francesco Ricciardi e dagli eredi rivenduto. Oggi le vecchie mura fan parte della tenuta Vantra e Casamarina del Duca Cedronio.

 

ROCCA D’EVANDRO

 

Questo paese vedesi edificato su di uno scoglio isolato a destra ed a sinistra del quale scorrono due torrenti o rivi di mal tempo. A mezzogiorno, settentrione e levante gli fan corona monti sufficientemente elevati detti, Remotania , Monte Camino e Monte del Campo. Dal lato Occidentale che guarda Montecassino gode la vista di un orizzonte magnifico scorgendosi tutta la Valle del Garigliano e Liri, e piu in su sino a Veroli, Frosinone, Monte S.Giovanni ed altri paesi per una estensione di oltre trenta miglia.

Il clima è salubre, e gli abitanti godono buona salute ed hanno in generale buon sangue. Il tenimento molto esteso, come sopra abbiamo detto, è fertile in ogni specie di prodotto.

Ignota ne è l’origine e l’epoca di sua fondazione. Tutto ( …….) che ha voluto dirsi fin ora sia dall’Abate Pacichello, che lo fa fondare da Evandro re del Lazio, sia da altri che lo dicono surto dalla distruzione di Vantra, sia dal Cavro, che nella sua istoria del vecchio e nuovo Lazio lo fa sorgere dagli avanzi della popolazione di Succursano (Lirmate) dipendenza della antica Cassino sono o pure invenzioni, od almeno malfondate congetture: certo però che è un paese molto antico ma surto nei bassi tempi, poiché niuna vestigia si rinviene che indichi esistenza anteriore alla caduta del Romano Impero, dove sorgere quando per mettersi al sicuro delle incursioni nemiche le popolazioni si ritiravano su poggi elevati e ben difesi. In fatti Rocca D’Evandro vedesi edificato su di uno scoglio di difficile accesso, cui sovrasta altro scoglio, nel quale era l’antico Castello o la Cittadella, ancora così chiamata. Reso forte dalla natura e dall’arte, e situato alle spalle di Mignano è stato in antichi tempi tenuto in molto conto come punto forte di difesa, e segnatamente prima della invenzione della polvere, e quando l’artiglieria era nascente. Nel Guicciardini, ed in altri autori è citato in tempo di guerra come punto contrastato. Oggi non vale più nulla a causa dei monti più alti che lo dominano.

E’ verosimile che questa piccola Terra fosse esistita unitamente a Vantra nel piano all’epoca della donazione fatta da Gisulfo a Monte Cassino, cioè nel 744 poiché il suo nome unitamente a quello di Vantra è scolpito come proprietà del Monastero sulle porte di bronzo della Chiesa di Monte Cassino fatte fondere nel 1066 dall’abate Oderisio. Inoltre il Gattola riporta un privilegio di Landolfo e di Antinolfo, da cui rilevasi che la Rocca era abitata verso la metà del secolo XI.

Nell’anno 1122 l’Imperatore Errico ne fece piena donazione a Monte Cassino ma poco dopo l’Abate Teobaldo fu fatto prigioniero da Pandolfo di Capua, il quale occupò Rocca d’Evandro e la diede in potere di un tale Todino vassallo del Monistero resosi ribelle. Intruse poi per Abate un tal Basilio ma l’Imperatore Corrado scacciò il signore Capuano e l’intruso Abate, e pose sul seggio abadiale Bicherio di nazione Bavaro, il quale ricuperò tutto il patrimonio di San Benedetto, assediò per ben tre mesi Rocca d’Evandro ed infine l’ebbe per accordo preso con i principali cittadini, dando loro non solo i beni che aveano perduti ma quelli che il Todino possedeva in Pignataro e S.Elia. Al ribelle Todino fu rasa la barba ed i capelli e destinato a cerner farina e panizare pel Monastero.

Intanto Pandolfo Principe di Capua cacciato dai suoi stati da (……)Principe di Salerno chiamò gli imperiali in suo soccorso promettendo loro un compenso ciò che non era suo cioè i possidimenti dei Monaci Cassinesi. Il Conte di Teano si associò all’impresa come quello che avea i suoi stati prossimi a quelli della Badia e possedevano Camino prossimissimo alla Rocca d’Evandro. Poiché però la Rocca era (……………) impossessarsene per (....) corrompendo con danaro il Castellano e promettendogli una sua sorella in moglie.

Era Castellano un tale Armanno anche Bavaro fratello dell’Abate che perciò( ….).aderire al progetto: ed aprì le porte del Castello al Conte ma come l’ebbe introdotto lo (ritenne) prigione con la scorta, né volle in niun conto rilasciarlo, malgrado gli ordini dell’Abate, il quale era stato impegnato alla sua liberazione. Dové l’Abate espugnare la Rocca con la forza e così liberarlo mediante però formale rinuncia ad ogni pretesa sulla Rocca medesima. Verso l’anno 1314 essendo Abate Pietro (come dice il Tosti), non andando più a sangue a quelli di Rocca d’Evandro il governo badiale, (pensarono) ribellare. Era rettore per la Badia nella loro terra un signoretto Monaco nipote dell’Abate, il quale quando un di discese dalla Rocca nella terra fu ad un tratto preso ed impedito di tornare. Spedirono gli Evandresi legati al re Federico in Gaeta ove era venuto per andare a Roma, e lo pregarono volesse loro concedere altro Signore.

Il Re volle contentarli e fidava a Giovanni Russo di Gaeta Rocca d’Evandro. Giunto in Roma Federico, v’arrivò anche il Monaco Stefano detto Marsicano che a nome dell’Abate e dei Monaci adoperossi presso il Pontefice ed il Re per riavere Rocca d’Evandro: regie e ponteficie lettere furono spedite al Castellano Russo, perché restituisse la terra ai Cassinesi ma nulla valse amando costui meglio tenerla per se che renderla.

(Atenolfo) , cui forse era increscevole l’ozio del chiostro, volenteroso usci in campo con armi ed armati che menò alla espugnazione della Rocca. Lunga pezza si travagliò per ottenerla: ma in vano, perché in alto locata e benissimo difesa dai terrazzani, ne provava un di più che l’altro la difficoltà del conquisto. Posate le armi l’Abate venne a ragionamenti di accomodo ed ottenne la terra regalando il Russo di (nuova) moneta dondogli in sposa una sua nipote. Così Rocca d’Evandro ritornò sotto la temporale giurisdizione di Montecassino.

Nell’anno poi (1348) allorché gli Ungari comandati da Lodovico vennero a vendicare la morte del Re Andrea, un tale Iacopo Papone da Pignataro (pro....)dello sconvolgimento in cui era la Badia, si rese ribelle, assoldò molta gente (......) molte terre tra le quali Rocca d’Evandro e si mantenne padrone di esse molti anni ma banalmente arrestato in Ceccano e condannato a morte, resta tutto il mal tolto e donò alla Chiesa di Rocca d’Evandro un terreno ove aveva piantato la vigna.

Le sue gesta son rimaste tradizione nella mente del volgo, di talché ancora, volendo indicare un nome di cattiva condotta, dicesi ne ha fatto più esso che Papone.

Dopo questo ricupero dalle mani del Papone, la terra di Rocca d’Evandro dové uscire novellamente dal (.......) Cassinesae perché nel 1388( .......) possessore Tommaso Brancaccio. Il motivo di tal novità ci è ignoto. Per ribellione del Brancaccio dal Re Latislao, la terra fu pubblicata al fisco e restituita dal Re a Monte Cassino il quale dové perderla di nuovo forse in occasione ad occasione di altra guerra e ribellione perché lo stesso Re nel 1413 facultava il sua Ciambellano .Giosuè di Fasal a vendere una metà del Castello di Rocca d’Evandro. Dopo questo fatto Montecassino ne perdé per sempre il possesso, e segue una serie di Baroni sino alla legge (.....) della feudalità.

Dopo una tal epoca furono Baroni della Rocca Cola de Orsino e Maria di Marzano Conti di Monappello.

Nel 1500 ne era possessore Ettore Fioramosca Duca di Mignano per concessione del Re Ferdinando.

Nel 1528 ne era feudario Federico Monforte soprannominato Gambalesa, il quale si rese ribelle all’imperatore Carlo V. Nella invadere che fecero le armi imperiali il regno (.......) ,gli abati di Monte Cassino e di S. Paolo a Roma si chiusero con i loro tesori nella Rocca d’Evandro e vi si fortificarono. Il Marchese di Pescara Francesco di Avolas Gran Capitano di Carlo V mandò ad espugnare la Rocca il Colonnello Maramaldo con artiglieria, ed, arresasi, fu devoluta al fisco novellamente.

L’artiglieria dovè essere piazzata sul Monte che guarda la Rocca dal lato di (mezzogiorno) perciò dello Monte del Campo ove vedasi traccia di Macerone fatto per rendere piana la strada al passaggio delle bocche da fuoco. Ecco perché a (……) di rincontro a quel monte tanto a piedi del paese quanto a piedi del Castello, si sono rinvenute diverse palle di cannone molte intiere, talune divise a metà, del peso di rot. 17 circa, una delle quali fu rinvenuta nel corpo di un muro del Castello in (……. ) di doversi rifare. L’abitato di Rocca d’Evandro era chiuso da due porte, una detta di S.Margherita, e l’altra dell’acqua; era cinto di pietra solida con torri quadrate, con una (…) torre circolare detta il Torrione, nome che ancora conserva quel sito e più innanzi era situato il cannone chiamato Colonbrina, dando il nome di Colombra al fondo sottoposto. Andando più verso mezzogiorno su di una rupe a picco levansi altre fortificazioni, che perciò quel sito chiamasi ancora i Castelloni. Il sovrastante Castello cinto da muri a picco comunicava con la torre fortificata per mezzo di (….) cinto da mura che ancora dicesi Cittadella, dal quale con strade interne segrete di discendea nell’abitato.

Ecco perché la nostra Rocca fu punto interessante di (.......)e di difesa sino a che (.....) attesi i monti sovrastanti che la circondano le ha tolto ogni importanza.

Dopo (……) la breve digressione ritorniamo all’elenco dei Baroni.

Morto il Marchese di Pescara la vedova Vittoria Colonna (…….). sul feudo di Rocca d’Evandro

(………) in compenso di servigi che il marito aveva reso (…..)corona, e nel (1554) l’ebbe definitivamente (....).

Nell’anno (1578) Maria d’Aragona (del Vasto), avente causa dalla Vittoria, cedé il feudo a Giulio Cafara. Col patto di riavere, e nel (1552) se ne fece vendita diffinitiva a (……) Muscettola il quale nel (1583) ne fece cessione ad Antonio (Belagna) e da costui passò alla famiglia Sammarco del (1577).

Questa nobile famiglia da gran tempo estinta, fu posseditrice dei feudi di Rocca d’Evandro e Camino circa all’anno 1652.

I Sammarco furono chi più chi meno dediti alle lettere ed a( ....) l’istruzione dei vassalli.

A Fabrizio succedé Gio Vincenzo detto Giurecon(.....) .ed a questi ( ........)di lettere, scrittore di varie opere e tra le altre di quella intitolata Della mutazione dei regni. Quest’opera fu ristampata nel 1805 con un discorso di Leonardo Salviati e con delle notizie sulla vita di Sammarco inesatte ed erronee, e corrette dal Marchese Alessandro Cedronio.

Ad Ottavio succedé il germano Antonio, a questi Fabrizio, ed a quest’ultimo succedé la sorella Porzia nella quale la famiglia si estinse. Un’altra sorella a nome Aurelia fu anche donna amante delle lettere ed istituì una scuola di grammatica nella vicina terra di S. Vittore. Il perché lì e non alla Rocca, proprietà della famiglia, non saprei dirlo.

Dotò la scuola di Ducati 500 da impegnarsi in compera, onde con la rendita (mantenere) il Maestro, e donò al Comune di S. Vittore Ducati 250 da farne maritaggi.

L’Università diede questi Ducati 750 al Dottor Carlo Cinquegrana per la corrisposta di annui Ducati (57.50), ed ebbe assicurazione sopra una casa palaziata, ed un Oliveto detto Colle di Marco in S. Vittore , ed una Selva nel feudo di Toraldo detto Valle Marma. L’istrumento lo stipulò il 11 9bre (1673) il Notaio Pietro Ferrone di Napoli.

A motivo di essere estinta la casa Sammarco i feudi ritornarono al fisco, da cui li acquistò il dottor Gio Domenico Pelosi nobile Cosentino.

Anatonia unica figlia ed erede del Pelosi sposò Francescantonio Cedronio e così, per successione i( ...) feudi si trovarono presso la famiglia Cedronio ultima feudataria come si vedrà.

Estinta, come sopra si è detto, la famiglia Sammarco, fu dalla Regia Camera ordinato l’apprezzo del feudo, onde vendersi e pagarsi le obbligazioni di quella famiglia, e ne fa data commessa nell’anno 1625 al tabulario Salvatore Pinto questi, fa precedere alla valuta del feudo una descrizione dello stesso, e si esprime ad un di presso in questi termini.

Dopo aver esaminato la situazione, l’aere e l’orizzonte, che dice estendersi fino a Frascati, dice pure essere gli abitanti robusti e di buon aspetto tanto maschi che femmine, ed esser gente quieta, non rissosa e non litigante. Essere per lo più foresi o sia( ......) campagna, con un medico un Chirurgo, tre barbieri ed una levatrice, né esservi altri artigiani. Dice esservi buon grano, buon vino, e frutta.

La piazza la descrive piuttosto larga con botteghe intorno, ma disabitate e senza pavimento, in una delle quali si macellavano gli animali.

La Chiesa la descrive coverta a tetti e ad una nave con cappellone a sinistra, e situata a fianco della piazza. Il suo titolo era di S. Antonio Abate, allora protettore del paese. Descrive le due congreghe della Grazia e del Rosario: dice il Coro essere sovrastante alla porta di ingresso con l’organo portatile. Eranvi allora l’Arciprete, sei sacerdoti e diciotto Chierici. Dice di più il Pinto esservi un’altra Chiesa dedicata a S. Margherita, la quale anticamente era la Chiesa Madre, e non cita né S. Antonio né S. Tommaso, le quali han dovuto sorgere dopo. Quella di S. Antonio Abate certo surse quando fu data alla Chiesa Madre altro protettore che, dicesi fosse stato S. Antonino al quale succedette poi l’attuale protettore S. Rocco.

Il paese era tassato per fuochi 60 e governato da tre eletti, che a quell’epoca erano: Antonio de Zillo, Giacomo Orefice, Francesco (Le...). Il Sorviente...ed intimatore era Carlo Campagnolo.

Nel Dizionario poi Geografico di Lorenzo Giustiniani stampato in Napoli nel 1801 al( fol....) , pagina 27 si legge:

” Rocca di Vantra così è scritta questa Terra nelle situazioni del regno, e soltanto in quel libriciuolo infelicemente formato della nota dei paesi del Regno col numero dei fuochi sta scritta Rocca d’Evandro. E’ compresa in Terra di Lavoro in Diocesi di Monte Cassino, distante da Napoli miglia Cinquanta ed otto da S. Germano. Nella cronaca di Riccardo da S. Germano è scritta Rocca Bantra (Codice anno 1211 e 1215) che è la vera sua denominazione. Non saprei perché Trojano Spinelli nel suo saggio p. 43 l’avesse chiamata Rocca d’Evandra. Vedesi edificata in luogo montuoso, e la dicono di buon aria e di qualche antichità. Vi si vede un Castello, opera dei bassi tempi. Nel (1532) fu tassato per fuochi 55 e nel( 1545) per fuochi 54 nel 1669 per 74 ed oggi gli abitanti (cioè nel 1804 ascendono a 1500). Presso Leone Ostinse lib. 2 cap. 15 trovasi Landone Conte di Bantra. Nel 1000 l’Abate Mansone Cassinese ricevé da Landolfo Principe di Capua la conferma del castello Rocca Bantra.

Si ha notizia che nel (1050) Todino ebbe Rocca di Vandra da Landolfo Principe di Capua e la diede all’Abate di Monte Cassino perché assediata da Corrado Imperatore Ostinse lib. 2 Cap. 59 e 68.

Negli ultimi tempi fu posseduta dalla famiglia Sammarco e presentemente la possiede la Famiglia Cedronio”.

All’epoca che scriviamo queste memorie Rocca d’Evandro conta una popolazione di anime 747 nell’abitato (....) e 1475 nelle case sparse: in tutto anime 2222oltre i due villaggi riuniti di Cucuruzzo e Camino, quale popolazione e per la più parte dispersa in campagna, sia per la comodità di strade in pianura e per abbondanza di acqua, sia perché il paese essendo edificato su di uno scoglio non presenta spazio atto al suo ampliamento.

Il Castello che la domina, antica fortezza come abbiamo detto, all’epoca dell’apprezzo del tavolario Pinto della pervenienza in casa Cedronio era ben ristretto nel suo fabbricato. Non vi erano che tre o quattro bassi, due grandi sale, tre altre camere, in seguito con dei suppegni, un piccolo orto in fondo ed una loggia scoverta con conserva d’acqua ove oggi è galleria dal lato di mezzogiorno; tutto ciò che vedesi ammassato di fabbriche attualmente è stata opera della famiglia Cedronio che ha fabbricato sulle vecchie basi dell’antico Castello, conservandone per quanto ha potuto la forma e le antiche torri.

Ritornando alla famiglia Cedronio, ultima posseditrice dei feudi di cui parliamo, non credo fuor di proposito darne un piccolo cenno storico.

Essa è di origine romana, e, secondo la descrizione che ne fa la platea di famiglia si trovò trapiantata nel Regno di Napoli per cagioni politiche.

Se si vuol prestare fede ai certificati di patriziato Romano rilasciati dall’archivio del Campidoglio, essa fa discendere dai nominati Caio e Pisano Cedronio citati da Tacito nei suoi annali, ma mettendo ciò in non (cale), il certo si è che nell’anno (1313) Pompeo Cedronio Conte di Castelnuovo e Palombara si trasferì da Roma a Napoli, ove dalla Regina Giovanna (1 ): fu nel 1314 nominato Gran Simscalco della Provincia di Talqualquerio. La famiglia visse prima parte in Napoli,e parte in Roma , e poi riunita tutta in Napoli visse parte ivi e parte nella città di S. Germano per la maggior vicinanza a Roma patria primitiva.

Gli eredi del Conte Pompeo ebbero nel Regno altri feudi come quelli di Corvara in Abruzzo e di Cominaglia o Remagnano. In S. Germano la famiglia acquistò molti privilegi aboliti dalle nuove leggi.

Francesco figlio di Benedetto e di Vittoria Ferramosca fu Castellano di Rocca Gianola , e capitano a guerra della città di S. Germano verso il 1421 una Gemma Cedronio fu prima Badessa del Monastero di S. Scolastica, ed in seguito Benedetto Cedronio fu arciprete della Cattedrale di detta Città. Da questo ceppo venne Francesco, il quale per aver sposato la Pelosi divenne Barone di Rocca d’Evandro e Camino. E volendo enumerare i diversi Baroni di casa Cedronio essi furono Benedetto casato con Vittoria Burbon dei Marchesi di S. Maria dell’Umbria.

Anno 1696 Domenico suo figlio casato con Lucrezia( ....) dei Marchesi di Tortorella.

1725 altro Benedetto casato con Teresa Gisulfo e( ....) dei Duchi di (....)

1764 altro Domenico e per la costui morte senza prole il germano Gioanbattista casato con D. Giovanna l’Ost di Malta. 1782 Alessandro ultimo possessore casato con Margherita di Giogio.

Questi possessori amarono il progresso e la civiltà del paese, e non solo incoraggiarono i giovani ad istruirsi nelle arti e nelle scienze, ma tanto nel paese, che in Napoli non furono avari verso di essi di sorveglianza e di aiuto. Taluni individui di famiglia come il primo Bali D. Francescantonio. D. Pietro D. Alessandro (che fu Arcivescovo di Bitonto) non disdegnarono dare essi stessi lezioni ai giovani nel Castello di loro abitazione. All’epoca di cui discorriamo si ebbero in Rocca d’Evandro Avvocati, Magistrati e Filosofi.

Tra questi si distinsero i Medici Catalozzi e Framondi il Farmacista Del Vecchio i Notai Framondi, Comparelli gli Avvocati Coletti e Ciaraldi, ed altro Ciaraldi Consigliere del S. Regio Consiglio, ed infine D. Gio Battista Di Zazzo seniore Sacerdote versato in diverse scienze e lettore in filosofia.

Fu coll’impulso del Marchese D. Gio Battista e sotto i suoi auspici che la Chiesa Madre venne ingrandita, elevata d’altezza, e decorata di stucchi e buona architettura. L’organo fu fatto da lui costruire, essendo egli intelligentissimo di studi musicali, e compositore di molte opere.

Il figlio Alessandro rese rotabile la salita dalle Pecce al paese, secondo meglio dettavano i lumi di quei tempi, facendo trasportare dai naturali i materiali per giro, e pagando esso l’opera di costruzione.

E’ tradizione che l’acqua anticamente veniva sino in piazza, ed è perciò che la via sottoposta chiamasi dei Lavatoi. Il corso, che era formato di tubi di creta, dovè rompersi, e ostruirsi di modo che l’acqua si aveva nel sito ora detto fontana antica molto distante dall’abitato, e senza alcuna costruzione adatta al comodo degli abitatori. Alessandro costruì l’intero acquidotto che oggi esiste dall’acqua viva al largo di S. Eleuterio lungo metri mille tutto a sue spese, costruì fontana e Vasche nel largo suddetto, che, essendo suo col solo passaggio pubblico per andare a Camino, regalò al Comune. Ciò risulta da istrumento per notar Costantino d’Amico di S. Andrea del 10 dicembre 1801.

Rocca d’Evandra aveva il privilegio del mercato in giorno di martedi concesso dal Re Filippo o Fabrizio Sammarco nel 1588.

Questo beneficio rimase sin dal principio lettera morta, sia per le difficoltà di accesso sulla Rocca sia per l’esistenza del mercato di Roccamonfina che si celebra il Lunedì.

Nell’anno (1749) il Marchese D. Benedetto Cedronio ebbe la concessione di una fiera da celebrarsi il 1 e 2 Settembre di ciascun anno detta S. Antonio principale protettore del paese.

Questa fiera si teneva nel sito detto S. Sebastiano prossimo all’abitato ove erano comodità sufficienti poiché il feudo dei Signori Ciaraldi non era ancora piantato ad olivi, ed i fondi di Cambellone, Cuomo e Martella erano spazi Comunali.

Abbiamo inteso da persone molto inoltrate negli anni, le quali si ricordavano la fiera in quel sito che per mancanza di acqua sufficiente, per restrizione di locale, e per essere più di un animale caduto nei pozzi erasi la fiera trasportata alla pianura detta delle Pecce, ove è il molino.

In quel sito comodo per accesso e per abbondanza di acqua, per ricovero del molino, sue stanze superiori, stalle e annessa taverna, oggi abbandonata, e più quello all’orto Pecce e Masserie di tersa Grilli oggi Coletti, la fiera divenne animatissima ed una delle prime per animali vaccini, principalmente dopo quella di S. Francesco in Cassino. Vi accorrevano non solo dai paesi vicini, ma da tutti quelli dalla parte di Sora, di Teano e Sessa.

Gli animali erano esenti da dazio e si pagava piccolo dritto per le baracche, che appostatamente si costruivano. Il dritto che prima era baronale e poi divenne Comunale si fittava circa D. 812 l’anno, dritto che fu abolito nel 1835 circa per rendere la fiera più accorsata. Venne in mente a diversi principali del paese sotto il Sindacato del fu D. Gio Battista Pagliola ricondurre la fiera sul paese per renderla più animata e piazzarla fu fondi capitolari e di qualche proprietario; ebbero anche in mente di dare maggior comodo ai naturali ma non si pensò per gli avventori i quali, sia per la salita faticosa, sia per l’imposizione dei dazi, sia per la mancanza di acqua, sonosi a poco a poco allontanati; la fiera si è resa poco frequentata e lo è per lo più o da paesani, o da gente dei paesi molto vicini. A tutto ciò si aggiunge che per la vendita avvenuta dei beni della Chiesa e le piantaggioni di Olivi che si stanno praticando il locale è ridotto ristrettissimo e sempre più andrà restringendosi. Sarebbe quindi desiderabile pel bene del commercio e dell’industria che gli Amministratori si risolvessero a riportare la fiera nel piano delle Pecce con lo scopo di rianimarla di nuovo. E qui terminiamo di parlare di Rocca d’Evandro per passare a dire poche parole su Camino e Cucuruzzo.

Per questi due Villaggi poco possiamo dire.

In quanto a Camino esso era posto sulla cima del monte ove tuttora é una Chiesa la quale era la parrocchiale del paese e dove nel mese di maggio accorre molto popolo dai paesi vicini per devozione alla Vergine cui è dedicata. I molti avanzi di antiche fabbriche, le quali circondano la Chiesa, confermano che il paese lì era. Il paese dovè esser arso nel 1192 ( a causa) della guerra tra Arrigo e Costanza contro Tangredi: la popolazione allora dovè ridursi in sito meno aspro e più vicino a Rocca d’Evandro, ove attualmente esiste, chiamato Cesa Ferrara.

Camino formava Università e feudo separato da Rocca d’Evandro i confini del suo tenimento giungevano a poca distanza dal detto Comune, nel sito ove dicesi Acquaviva.

Avea le sue (istituzioni), delle quali si conserva una (copia) del Re Filippo nel (1573).

Lo spirituale è sempre andato e va tuttora con la Diocesi di Teano. Il piccolo feudo fu posseduto dai Conti di Teano e poscia da Guidone Ferramosca Conte di Mignano. Come si trovasse poi riunito in feudo a Rocca d’Evandro sotto i Baroni Muscettola ci è ignoto. La sua popolazione dedita alla agricoltura e pastorizia conta 381 anime divise tra Camino, Colle, Formella, e Vallevona. Dal 1811 è villaggio riunito alla Rocca. E’ da notarsi che nel tenimento di questo villaggio vi è una montagna demaniale detta del Giallo perché offre il marmo di tal colore. Vedesi l’antica cava e la strada per la quali i pezzi di marmo si trasportavano al Garigliano ove di caricavano sopra zattere e si portavano sino a mare e quindi con le barcacce sino a Napoli. Il marmo è di buon colore e se ne veggono i gradini degli altari ed altari interni nella Chiesa di Rocca d’Evandro e delle tavole per mobili in case private. La facilità di avere marmi migliori con minore incomodo e spesa di trasporto ha prodotto che detta cava rimanesse abbandonata.

Cucuruzzo vedesi oggi situato su di una prominenza che pare doveva chiamarsi Cucuzzola.

A piedi di questo poggio vi è un sito chiamato Cucuruzzo vecchio. E’ da ritenersi che nel 1116 nella guerra tra Ruggero ed il Papa essendo state arse molte terre tra le quali Mortola, posta nel piano gli abitanti di essa emigrando dovettero formare prima un villaggio ove dicesi Cucuruzzo Vecchio e poi per meglio difendersi salire sulla prominenza ove oggi vedesi ancora.

Questo paesetto era feudo di Monte Cassino e soggetto come lo è a quell’Abate per la parte spirituale. Era cinta di mura con porte. La chiesa domina il paese come un castello.

Ove era l’antica Mortola resta una chiesa detta S. Maria di Mortola accorsata l’ultima Domenica di Maggio dai devoti dei paesi circonvicini.

La popolazione attuale è di circa anime 616 delle quali abitanti nelle case sparse numero 276.

Il tenimento di questo villaggio appunto giunge sino a quello di S. Carlo che è un casale di Sessa ed a poca distanza dai bagni termo-minerali di Suio.

Nell’istesso tenimento di Cucuruzzo e Mortola vi sono molte sorgive di acqua solfurea , ferrata ed acidola, piacevoli a bere ma un poco più deboli di quelle che si attingono più in là verso Suio. Queste acque preziose erano ben note, ed in uso presso gli antichi Romani, e lo sono state sempre, e lo sono ancora; se non che con il procedere dei secoli, e con le guerre e le devastazioni dei stabilimenti che vi erano, restano solo pochi ruderi ed è da secoli che coloro i quali vogliono profittare dei bagni debbono adattarsi ad alloggiare sotto tende o capanne di frasche. Oggi la provincia ha eretto in quel sito uno stabilimento troppo meschino però, e poco decoroso per una Provincia come quella di terra di lavoro.

Il Dottor fisico Vittorio Di Monaco analizzò chimicamente quelle acque e raccomandò il miglioramento delle case alla munificenza del Re Ferdinando IV ma nulla si fece e nulla più si è fatto.

E’ da sperare che sotto l’attuale governo libro sorga a Suio uno stabilimento balneario degno della civiltà dei tempi.

Il saggio analitico dl Dottor Di Monaco fu stampato nell’anno 1798, dedicato al Dottor Giuseppe Vario.